Trivelle sì, trivelle no?

Rivista: 04 - 2016
Autori: Ariele Pitruzzella

Una riflessione sul referendum popolare del 17 aprile e sulla responsabilità democratica.


Trivelle sì, trivelle no?

Una riflessione sul referendum popolare del 17 aprile e sulla responsabilità democratica

Da un po’ di tempo imperversa, principalmente sul web, il dibattito relativo al vicino referendum del 17 aprile che chiede agli Italiani di esprimersi sulla chiusura di alcuni dei giacimenti di gas presenti nel mare italico, in particolare quelli entro le 12 miglia dalla costa, chiusura da considerarsi temporalmente dopo la scadenza delle concessioni attualmente in atto.  Premettendo l’assunto, io mi pongo in visione analitica da assoluto profano e mi sono permesso di provare ad interrogarmi sui principali punti espressi, in rete e non, da parte dei sostenitori del NO. Mi propongo ora dunque di passarli in rassegna.

Partiamo dall'argomentazione, portata da molti, secondo la quale il  referendum è illegittimo, fa leva sulla disinformazione dei cittadini e sulla cattiva reputazione che una trivella ha nell’immaginario comune. Innanzitutto mi chiedo come in termini di causalità un referendum possa definirsi illegittimo a causa dell’ignoranza dei cittadini su determinate questioni. Il problema sta nella totale disinformazione del comunità, nella mancanza di strumenti effettivi di conoscenza, di un’adeguata educazione ambientale. Il popolo va istruito. Il referendum in questione inoltre non è assolutamente così tecnico o specifico come viene detto da molti. Non dare gli strumenti per la comprensione di ciò che accade, di ciò che è giusto o sbagliato e della valutazione di rischi ed alternative è, a parer mio, null’altro che oscurantismo. L’ignoranza ed il mancato processo di strutturazione delle conoscenze tematiche è illegittimo, non il referendum. La cattiva immagine che una trivella ha nell’immaginario comune è in parte reale e veritiera, quella percentuale di visione distorta dello strumento in questione è frutto della propaganda mediatica e non è dunque mancanza o devianza implicita del referendum stesso.  Altra questione molto discussa è quella legata al turismo, tematica che personalmente ritengo di secondaria importanza rispetto ad altre. I sostenitori del NO sostengono che i giacimenti in questione non danneggino il turismo. Se così fosse non mi spiego come mai diversi imprenditori del settore turistico, ma anche legato ad agricoltura e pesca, si siano dichiaratamente battuti e continuino a farlo, per il SI al referendum. In tale campagna sono coinvolti inoltre diversi comitati ambientali. Evidentemente qualcuno sente il rischio dell’attività estrattiva anche in tal senso. Queste, come altre, sono e saranno solo opinioni, ma credo sia giusto ascoltare il punto di vista di chi è direttamente interessato. Passiamo adesso ad osservare più nel dettaglio l'argomentazione che analizza le conseguenze che l’eventuale dismissione dei giacimenti avrebbe in quei paesi in via di sviluppo, cioè in stato di sfruttamento, nei quali multinazionali e industrie fuggirebbero incrementando le già numerose fila di disastrosi possedimenti estrattivi su cui hanno il controllo. La riflessione è reale. E’ quello che già accade ed è’ proprio ciò che andrebbe fermato. In particolar modo, se ci si piega alla logica conseguenza del tentativo di un popolo di aggiungere anche un solo granello di sabbia alla precipitosa situazione ambientale in corso, gli altri popoli lontani soffriranno e il loro ambiente verrà distrutto. E' in atto un vero ricatto morale da parte delle multinazionali: se non ci fate estrarre qui, uccideremo altrove per poi rivendere a voi il costo del sangue versato. E così è anche un ricatto economico. Mi spaventa questa logica.  Questa minaccia indiretta. Contiene in se qualcosa di  puramente “mafioso”. Purtroppo non è comodo essere “ambientalisti” o provare ad esserlo davvero. Non a caso fior fior di magistrati hanno già giocato con la vita di parecchi di loro additandoli come “terroristi”. Altro punto nevralgico nel dibattito si focalizza sulla questione prettamente economica. I promotori del no sostengono che la fine del lavoro di estrazione da parte di questi giacimenti implicherebbe un grave deficit in termini energetici ed economici che non potrebbe essere sostituito dall’uso delle energie rinnovabili che ad oggi ancora non sono così sviluppate sul nostro territorio. Tuttavia i dati ufficiali ci dicono che quello estratto dai giacimenti in questione rappresenta neanche il 3% del gas estratto dal paese e lo 0,8% di petrolio. In un ottica di riconversione delle energie nazionali, che oltretutto, come ci dimostrano alcuni paesi del nord Europa, come la Danimarca e la Svezia, è da considerarsi a lungo termine, una perdita di percentuali tanto irrilevanti sarebbe “fisiologicamente” riassorbita nel potenziale ed esponenziale calo dell’uso di idrocarburi, con un sistema di consumi differente. Dico fisiologicamente perché se ci fosse la reale volontà da parte del paese di effettuare un reale processo di riconversione delle risorse, sarebbe più che naturale il suddetto calo a cui mi riferisco. Dico potenziale, perché tutte le ultime politiche applicate, nonché i risultati degli accordi internazionali che il nostro paese sta portando avanti (TTIP, Patto di Stabilità) sono in netto contrasto con un'idea politica ed economica ecosostenibile. Una delle principali argomentazioni di chi crede nel NO è che i giacimenti interessati estraggono per lo più gas e non petrolio. Dunque un tale allarmismo sul conseguente mercato petrolifero e sull’apertura di altri svariati giacimenti addetti all’estrazione del petrolio è minimamente discordante e in controsenso. Ma a parte questo, le quantità estraibili sarebbero irrisorie e  la maggior parte di questi giacimenti sarebbero già quasi esausti. Ma anche ammettendo che la vittoria del SI implicasse l’apertura di nuovi giacimenti oltre le 12 miglia si ritorna allo scacco matto di cui prima. Il ricatto, per evitare che le mastodontiche corporazioni energetiche facciano peggio di ciò che stanno già facendo, ci piega alla loro volontà  perseverando nell'attuale danno. Relativamente alla questione secondo cui i giacimenti estraggono per lo più gas, partiamo dall’assunto che il fatto che l’estrazione del gas sia meno dannosa dell’estrazione del petrolio non significa che l’estrazione di gas non sia dannosa. Inoltre sappiamo bene che sono diversi i giacimenti che estraggono anche petrolio. Mi riferisco a quelli per esempio interessati dal progetto Ombrina Mare, e alla maggior parte dei giacimenti del canale di Sicilia (vedi i campi di oli Vega e Vega B.) nonché altri giacimenti come quello di Rospo nel mare Adriatico. La violenta e spietata devastazione dei nostri mari e delle nostre coste è imposta da un sistema economico che dirige e direziona tutto il resto. E’ proprio quello che va modificato, anzi estirpato. E’ assolutamente irrilevante che l’estrazione del gas sia meno pericolosa, è come dire che un pugno sia meglio di una coltellata. Ma chi accetterebbe un pugno senza provare a difendersi?

Il voto del referendum è innanzitutto un voto simbolico e rappresenta uno degli ultimi baluardi, in termini  di strumenti, della democrazia. L’astensionismo è una fuga dalla responsabilità a cui non possiamo e non dobbiamo sottrarci. Qualunque sia la verità che ognuno di noi ricava dal dedalo di informazioni contrastanti a cui abbiamo accesso, penso sia necessario e di estrema importanza che ogni cittadino maggiorenne decida di prendere posizione e di esprimere il proprio voto in sede adatta il 17 aprile. Ognuno, con l’aiuto dell’intelletto, ma anche del cuore ed anima, saprà trovare la propria risposta ed adempiere al proprio ruolo di partecipazione politica alle decisioni del paese.