Stop violence: donne e disabilità

Rivista: 04 - 2016
Autori: Martina Dei Cas

Dal seminario spagnolo a Oviedo tanti piccoli accorgimenti per una società più inclusiva


Stop violence: donne e disabilità

Dal seminario spagnolo a Oviedo tanti piccoli accorgimenti per una società più inclusiva

Oviedo- Stop alla violenza: donne e disabilità è il titolo del seminario organizzato dall’Agenzia nazionale spagnola per i giovani, in collaborazione con l’Istituto Asturiano per la Gioventù e l’Istituto Asturiano per la donna tra il 7 e il 13 febbraio 2015 nell’ambito del programma Erasmus Plus nella città asturiana di Oviedo, in Spagna. Anche noi di Pro.di.gio abbiamo partecipato, assieme ai rappresentanti di Germania, Danimarca, Lituania, Bulgaria, Romania, Cipro, Polonia, Spagna e Islanda. E’ stata un’esperienza formativa interessante e umanamente molto toccante, che si riproponeva di comprendere la situazione sociale, statistica e legislativa dell’Unione Europea in materia di violenza di genere e difficoltà nell’inclusione sociale delle persone affette da disabilità. Ciò nella convinzione che questi fenomeni possano essere scardinati solo attraverso un’attenta analisi dello status quo e una successiva presa di posizione unitaria, condivisa dagli attori istituzionali, dagli operatori del sociale e soprattutto dalla gente comune.

Riferendosi alla violenza di genere, ovvero a quei maltrattamenti e abusi esercitati da un uomo su una donna proprio per la sua condizione di donna, quasi tutti i Paesi (ad eccezione di Bulgaria e Romania che sono regioni fortemente afflitte dalla tratta di persone) si sono detti concordi nel collocare la matrice del fenomeno tra le mura domestiche, secondo il cosiddetto ciclo della violenza, teorizzato dalla studiosa Lenore Walker nel 1979, dopo aver intervistato oltre 1.500 donne maltrattate. Secondo questo modello il fattore scatenante dell’aggressività maschile, come per esempio lo stress, la disoccupazione o la frustrazione, comporterebbe il quasi simultaneo verificarsi di un episodio violento, a seguito del quale la donna prenderebbe in seria considerazione l’ipotesi di abbandonare il compagno. L’uomo entrerebbe così nella honeymoon phase (la fase della luna di miele), un periodo di riavvicinamento alla vittima caratterizzato dal pentimento, ma purtroppo quasi sempre preludio di un episodio di aggressività ancora più grave di quello iniziale. Il cerchio si chiuderebbe dunque in una spirale di violenza da cui diventa molto difficile uscire. Sconvolgenti le testimonianze di Mihaela, professoressa di lettere della Romania nord-orientale, secondo cui le donne provenienti dalle aree rurali del Paese ritengono ancora oggi “normale” essere picchiate dal marito e di Lazarina, avvocato bulgaro, che denuncia la compravendita di spose bambine tra i clan sinti su scala europea, bambine a cui spesso viene amputato il pollice affinché siano più leste negli scippi.

Il successivo dibattito e scambio di dati rivela che Italia e Spagna si confermano purtroppo le nazioni con il più alto tasso di femminicidi all’anno, più di due alla settimana. Percentuali preoccupanti si riscontrano anche in Germania dove, nel quasi totale silenzio dell’opinione pubblica, nel 2011 sono morte in maniera violenta ben 313 donne. Totale mancanza di dati attendibili si riscontra invece in tutti i Paesi europei in materia di “doppia discriminazione”, ovvero di violenza di genere posta in essere a danno di donne affette da una disabilità di natura fisica, sensoriale, intellettuale o mentale. “Le autorità spesso faticano a prendere sul serio le denunce in materia di violenza domestica, figuriamoci quelle provenienti da donne diversamente abili” racconta Andrea, 34 anni, affetta dall’età di dodici anni da una malattia degenerativa della retina che l’ha progressivamente portata alla cecità “eppure a volte basterebbe davvero poco per includerci nella società e nella vita di tutti i giorni. Molti Comuni lo fanno già, mettendo i bassorilievi in bronzo in prossimità di chiese e monumenti, affinché anche noi attraverso il tatto possiamo vederli. Per non parlare dei campanelli, perché non incidere sul corrimano delle scale in Braille la disposizione degli uffici nei vari piani? Così anche noi sapremmo dove andare e suonare. Quando cammino in compagnia del mio cane guida Pimki mi sento libera…è giusto che anche le persone che mi circondano imparino a percepirmi così, come una ragazza che, anche se è cieca, ha diritto di viaggiare, di sognare e di passeggiare da sola per strada, come una donna che quando fa una denuncia va rispettata e presa sul serio, come ogni persona che si rivolge alla polizia in cerca di supporto”.

Analoghi suggerimenti provengono di Alicja, studentessa polacca di tecnologie alimentari e affetta da un deficit uditivo. “Lo sapevi che si può collegare la rete dei microfoni di una sala conferenze al mio apparecchio per l’udito tramite wifi?” mi chiede “Basterebbero pochi clic per permettermi di seguire gli interventi in pace, senza ronzii o vuoti improvvisi!”. No, non lo sapevo, però quello che so è che il 2016 ha un giorno in più: usiamolo per sensibilizzare quante più persone possibili in materia di violenza di genere e disabilità, perché si sa, la prima forma di lotta alla discriminazione è la libera circolazione dell’informazione!