QUANDO ABBIAMO INIZIATO A FILTRARE IL MONDO?

Dobbiamo passare dal nero per capire qual è il bianco più luminoso

Data: 01/10/2021
Rivista: 10 - 2021

QUANDO ABBIAMO INIZIATO A FILTRARE IL MONDO?

Dobbiamo passare dal nero per capire qual è il bianco più luminoso

17 giugno 2017. Monza. Indipendent Days Festival Milano. Per i fan dei Linkin Park una data storica, l'ultima italiana prima che il cantante, Chester Bennington, si arrendesse alla depressione.

La giornata è calda, assolata in quella taiga brianzola. Il cielo da blu intenso al tramonto inarancia le teste protese verso il palco. I Linkin Park salgono sul palco davanti a 200000 persone urlanti. Dopo le prime canzoni gli ultimi raggi di sole sfiorano le foglie immobili dei pioppi del parco. Imbrunire. Quei minuti odorano di solennità. Le note di “What I Have Done” ed “In The End” si insinuano nei corpi, nella polvere e si mescolano con il cantato dei fan in quell'inglese “all'italiana”. Siamo tutti vicini, respiriamo la stessa polvere e gli stessi odori di festival. Cipolle e sudore. Il tutto in una messa rock dove tutti pregano lo stesso cielo. Chester si esibisce da leggenda. Si avvicina al pubblico e , in mezzo a luci di piccole stelle artificiali dei faretti, canta le sue ultime note in quella serata calda, abbandonandosi alle mani dei fan delle prime file, come una pietà michelangesca. Perfetto, tutto perfetto. Di tutto questo non ho alcun video. Non ho nessuna foto fatta col cellulare, con la fotocamera. Forse è per questo che lo ricordo così, profondo e commovente. Non ho la certezza che tutti i miei ricordi siano un resoconto accurato di quanto accaduto. È molto probabile che le cose siano andate in modo diverso.

Fu una scelta, non una dimenticanza. Prima che entrassero sul palco mi trovai davanti migliaia di piccoli schermi che registravano quel palco ancora vuoto e fumante. Ogni video con un'angolazione di qualche decimo di grado l'uno dall'altro. Adiacenti e tutti uguali. Immagini clonate all'infinito. Piccole TV che mostravano la realtà distante poco più di qualche ventina di metri più avanti. Tutti telespettatori: guardavano piccoli pixel che simulavano la verità con la sola soddisfazione nell'idea di “poter rivedere” (rare volte si va a rivedere tutti quei video), privandosi però di tutto quello che accadeva fuori da quei 6 pollici. Perdendo atmosfere autentiche.

 

Ma quando abbiamo iniziato a filtrare il nostro mondo?

 

Quando abbiamo iniziato a reputare più importante postare la nostra vita che viverla?

Sicuramente è storia recentissima e nasce con il fiorire dei vari social network.

Una risposta la possiamo trovare nella moderna poetica di una canzone anno 2016, che evidenzia il nostro atteggiamento degli anni 2010. Una riflessione leggera che solleva un pensiero profondo intorno alla dimensione tecnologica dei Social Network.

 

Poi, lo sai, non c'è
Un senso a questo tempo che non dà
Il giusto peso a quello che viviamo
Ogni ricordo è più importante condividerlo
Che viverlo
Vorrei ma non posto

 

[…]

 

Tutto questo navigare senza trovare un porto
Tutto questo sbattimento per far foto al tramonto
Che poi sullo schermo piatto non vedi quanto è profondo

 

La canzone è Vorrei ma non Posto, J-Ax Fedez. Basta però leggere alcune righe per capire che il punto toccato è quello giusto. Sullo schermo piatto non si vedrà mai quant'è profondo. È quel “profondo” che dobbiamo custodire. Sono le esperienze che impreziosiscono la nostra esistenza e arricchiscono il nostro carattere, ci temprano, ci scolpiscono. Non sicuramente il nostro Instagram.

Tutto questo non è da fraintendere con il messaggio che il Social sia il male assoluto, anzi. Sta tutto nella modalità di utilizzo. In molti casi ci avvicina, ci aiuta ad organizzarci, porta conoscenza. Alcune volte ci porta invece ad isolarci. Decine di volte mi è capitato di sapere dai Social che una mia amica, vista poche settimane prima era incinta, oppure di un amico che si è sposato. Molto spesso si diventa discreti a parlare di persona, come se si dovesse mantenere un segreto, e poi invece davanti alla tastiera ci si sente al confessionale. Si creano personalità digitali: caratteri timidi, silenziosi e introversi diventano, dietro i touchscreen, iene spigliate e intraprendenti. Forse si inizia ad aver paura di quella profondità che negli schermi non c'è. Ci si appiattisce, rimanendo in superficie delle cose. Si leggono i titoli di milioni di notizie dal mondo, dal paese, dal condominio, ma poi non se ne legge una riga in più. Mi sentirei di dirti, lettore, che se sei arrivato fino a qui puoi considerarti un lettore . Arrivando fino in fondo reputati un letterato.

 

Nasce la paura del confronto verbale che invece nei commenti si gestisce cancellando cosa non ci piace. Il giudizio non è più intimo, esperienziale ma si limita all'inespressività di “Mi piace”, “Love”, “Ahah”, “Abbraccio”, “Grrr”, “Wow” e “Sigh”. Una semplificazione che aumenta la velocità delle interazioni, il numero, ma di certo non la qualità. Quello che fai non sai più se è stato arricchente o meno, ma lo valuti in base all'apprezzamento altrui. Si diventa attori delle proprie vite virtuali appiattiti come pop up di carta.

 

Poi cambia tutto. Nel 2020, dopo aver iniziato a stravolgere il Mondo, arriva anche da noi, in Italia: il Covid. Grandissimi cambiamenti si prospettano per la nostra società e si sentono nuove formule nel lessico quotidiano: distanziamento sociale, didattica a distanza, mascherine, lockdown. Queste sono le armi che la Sanità Mondiale mette in atto. Armi studiate per combattere un virus, ma che hanno un effetto collaterale, allontanarci ulteriormente.

 

Armamenti che ci portano ulteriormente a dover filtrare questa realtà.

 

Familiarizziamo solo con gli occhi e la forma delle mascherine di persone con le quali lavoriamo, studiamo, giochiamo. Magari le vediamo dopo molto tempo in un momento senza mascherina e non le identifichiamo.

Quanto si sentiva da una stretta di mano? Un gesto atavico a cui ci siamo abituati fin da piccoli, un segno di saluto, di rispetto e di contatto, che di colpo viene sostituito da un gomito-gomito alla “Willy il principe di Bel Air”. Ma l'Essere Umano è straordinario e la sua capacità di adattamento è grandiosa: impariamo a vivere nel nuovo modo. Impariamo a vivere in un nuovo Mondo. La tecnologia ce la mette tutta per farci continuare a studiare a distanza, vedere i cari, condividere le esperienze da casa, le speranze, a volte brillantemente altre volte meno.

I ragazzi delle superiori, non troppo piccoli e ormai consapevoli, ci possono mostrare la loro esperienza. Un mix di DAD, lockdown, casa e quarantene. Con le loro parole in versi, i ragazzi della IIS Primo Levi di Vignola (MO), ci fanno spiare nei loro cuori Unfiltered. (senza filtri).

 

Strade spoglie e notti silenti,

una quieta camminata con viste accoglienti,

gli alberi poggiati, ferma passione,

attraversati dall'aria, senza afflizione.

 

Qui sulla via,

nessuno mi duole.

Tranquillo sulla mia via,

questa notte è poesia.

 

Manuel Campi

 

Nell'indiscutibile solitudine si trova un momento di dolce tregua.

 

Le strade sono deserte,

adesso finalmente

posso ammirare il paesaggio.

 

Alessandro De Meo

 

Questa è una tappa per l'umanità, che potrebbe farci capire di nuovo quant'è profondo quello che viviamo. Dobbiamo passare dal nero per capire qual è il bianco più luminoso.Quando si tornerà a vivere in sicurezza e in libertà non dimentichiamo quello che abbiamo imparato. Per un attimo mettiamo in tasca il telefono silenziato e gustiamoci la realtà.