Plan B Sailing: si ricomincia!

Il racconto di una prima uscita in barca tutta da migliorare

Data: 01/06/2017
Rivista: 06 - 2017
Autori: Chiara Soma
Chiara Soma

Il racconto di una prima uscita in barca tutta da migliorare

 

Finalmente ci siamo! Dopo un inverno quasi troppo caldo, ma comunque eccessivamente freddo per permettere alle mie gambette secche (e soprattutto alla salute cagionevole da ultra novantenne piena di reumatismi) di salire su una barca, l’equipaggio delle SMIDOLLate è orgoglioso di annunciarvi l’inizio ufficiale degli allenamenti di questa stagione velistica 2017!
Inutile mentire, l’emozione nel rivedere la nostra amata Hansa 303 azzurro cielo è sempre tanta, così come la consapevolezza di ricordare quasi nulla di quel poco di teoria imparata l’estate scorsa, ma va bene così. L’entusiasmo di poter finalmente tornare in acqua e la voglia di imparare compensano tutto il resto, almeno per ora.

Arrivo al Centro Nautico di San Cristoforo e vedo da lontano Diletta già intenta ad armare la nostra barchetta assieme a Franco e Giulia (i due volontari in Servizio Civile presso la Coop. Sociale Archè, dove anche per noi ebbe inizio l’avventura grazie al Sailing Campus dell’estate scorsa) il tutto sotto le direttive di Stefano, nostro istruttore e membro dello staff di Archè.
Al mio arrivo, Diletta sta montando l’albero del fiocco sulla prua della barca, Giulia è intenta a far passare una delle due cime del fiocco attraverso lo strozza scotte, per poi fissare il tutto con un bel nodo di fine corsa, Franco ripete la medesima operazione dal lato opposto. Fatta eccezione per quest’ultimo passaggio, contribuire attivamente all’armamento ed alla messa in acqua della barca da seduti in carrozzina (come su una sedia qualsiasi in realtà) non è cosa semplice, la maggior parte delle azioni richiedono necessariamente l’aiuto di qualcuno. Ciò non significa che io debba stare in disparte o non sapere cosa stanno combinando i miei compagni ovviamente, Stefano infatti mi riprende per il leggero ritardo e mi sprona subito a prestare attenzione alle procedure svolte fino a quel momento.
Terminata la fase di preparazione, finalmente si entra in acqua. La barca viene ormeggiata al molo galleggiante, è una bella giornata, il sole fa capolino dalle nuvole sparse qua e là, ma soprattutto, si sente chiaramente scivolare sul viso una brezza fresca proveniente da sud, cosa che, al lago di Caldonazzo non è per niente scontata.

Scendo dalla carrozzina arrivando a sedermi sul molo e da lì, finalmente, sulla barca. La fase di discesa non è stata male, noto con sollievo che le centinaia di tentativi dell’estate scorsa hanno dato i loro frutti. Diletta è già salita, da una parte controbilancia il peso dello scafo permettendo a me ed alla mia testardaggine di fare tutto da sole, dall’altra controlla che tutta questa mia smania di autonomia non si traduca in un incontro ravvicinato tra la mia testa ed il timone poco più sotto. Trasferimento riuscito, testardaggine uno, gambette secche e poco collaborative zero. Si parte!
Diletta si occupa di fiocco e randa, io sto al timone. Pian piano iniziamo ad allontanarci dal pontile, riusciamo a bolinare fino a superare il canneto che ci guarda minaccioso alla nostra sinistra, primo piccolo ostacolo superato. L’agitazione lascia spazio all’entusiasmo, portiamo a termine la prima virata con lo stesso spirito del Capitano Achab mentre dava la caccia a Moby Dick. O per lo meno questo è quello che sembra a noi. Da Riva nel frattempo ci raggiunge Stefano a bordo di un’altra barchetta, le vele e lo scafo giallo acceso in netto contrasto con l’azzurro cielo della nostra. Il colore è l’unica differenza tra le due imbarcazioni, eppure la bolina per evitare il canneto e la successiva virata eseguite da lui hanno un aspetto decisamente diverso. Sostituiamo la spavalderia del Capitano Achab con una buona dose di concentrazione. La strada da fare per aspirare ad una buona manovra è ancora tanta! Rimettiamo i piedi (e le ruote) per terra e cerchiamo di concentrarci come si deve. 
Le successive due ore trascorrono velocemente tra virate, strambate, un “cazza la randa” urlato al vento e vari giri di boa non proprio riuscitissimi. 

Rientriamo in porto, devo scendere dalla barca. Questa volta però la stanchezza ha la meglio sulla testardaggine. Le mie gambette secche collaborano ancora meno di prima, con qualche aiuto in più riesco a tornare a sedermi sulla mia amica carrozza.
Sorrido. Non è stata di certo l’uscita più performante nella storia della Classe Hansa, ma è servita a ricordarci una cosa fondamentale: se abbiamo fatto schifo non è certo colpa della carrozzina! Lei è rimasta buona buona ad aspettarci in fondo al pontile, in barca le differenze non esistono, ma le SMIDOLLate, a quanto pare…invece sì!