L’OSPITALITÀ MADE IN ITALY È SEMPRE PIÙ ETICA

Parola dello chef Antonio De Benedetto, che dal 2006 a oggi ha formato e avviato alla professione alberghiera oltre cento ragazzi con la sindrome di Down

Data: 01/04/2021
Rivista: 04 - 2021
Autori: Martina Dei Cas
Martina Dei Cas

L’OSPITALITÀ MADE IN ITALY È SEMPRE PIÙ ETICA

Parola dello chef Antonio De Benedetto, che dal 2006 a oggi ha formato e avviato alla professione alberghiera oltre cento ragazzi con la sindrome di Down

«Somministriamo disabilità alla popolazione in modo omeopatico per cambiare la società civile. E non ci lasciamo scoraggiare da niente, nemmeno dal Covid», comincia così la nostra chiacchierata con lo chef astigiano Antonio De Benedetto, inventore dell’albergo etico e presidente dell’omonima associazione, che attualmente gestisce quattro strutture, ad Asti, Roma, Fénis in Val d’Aosta e nelle Blue Mountains australiane. Nelle cucine, alla reception e ai piani, lavorano ragazzi e ragazze con la sindrome di Down, accompagnati attraverso il metodo educativo «download» in un ambizioso progetto di realizzazione professionale e vita indipendente.

Chef De Benedetto, l’albergo etico rappresenta una doppia rivoluzione, sia nel mondo dell’hôtellerie che in quello della disabilità. Ci spiega come nacque l’idea? 

Era il 2006, quando nel mio ristorante arrivò in stage Niccolò, un ragazzo con la sindrome di Down. Assieme a lui ho imparato a guardare la disabilità da un altro punto di vista. E ho pensato che sarebbe stato bello costruire un metodo di formazione attivo per il miglioramento delle persone con disabilità intellettiva, sensoriale e fisica attraverso le mansioni alberghiere. 

In che cosa consiste questo metodo? 

Il nostro metodo – che chiamiamo «download» perché il caposervizio della struttura centrale, ovvero l’albergo etico, passa le competenze ai ragazzi – è molto simile a quello montessoriano. Lì il luogo delle scoperte è la casa. Nel nostro caso invece è l’hotel, accanto al quale si trova sempre una «accademia dell’indipendenza», ovvero un appartamento in cui i ragazzi vivono da soli in autogestione. 

La vera rivoluzione, però, comincia a casa…

Sì. Molto spesso i genitori dei ragazzi disabili sono pieni di paure. Per questo la prima cosa che insegniamo ai nostri studenti è utilizzare il coltello. Crediamo che bisogna spiegare come gestire il pericolo, non come evitarlo. E in hotel, di pericoli ce ne sono parecchi, dalle lame al fuoco, passando per il freddo intenso delle celle frigo.

Qual è il ruolo della famiglia in questo processo? 

Fondamentale. Fin dal primo giorno, stringiamo con mamme e papà un vero e proprio patto formativo. Li teniamo sempre aggiornati sui temi affrontati in classe e chiediamo loro di replicarli a casa. Per esempio, raccomandiamo di insegnare ai figli a gestire l’intero ciclo di lavaggio del proprio abbigliamento, fino alla stiratura e alla preparazione della valigia. Ma anche di dare la libertà di invitare un amico e di preparare la cena per lui e di ospitarlo per una notte. Proprio per questo abbiamo creato la cosiddetta «Divisione Super Mamma», in cui le mamme dei ragazzi che sono con noi da più tempo spiegano le diverse tappe del percorso alle famiglie che sono appena entrate nel network. 

La chiave sta quindi nella reciprocità?

Esatto, noi non insegniamo se le famiglie a loro volta non insegnano. Il nostro metodo si basa sulla replicazione in casa delle mansioni alberghiere. E la mamma è il primo certificatore del processo di apprendimento. Vogliamo far passare il messaggio per cui un figlio disabile non è un figlio senza possibilità, bensì un figlio per cui le possibilità vanno costruite. Bisogna avere il coraggio di lasciarlo fare. Dobbiamo lavorare insieme e favorire i processi di educazione tra pari. In questi anni siamo entrati in contatto con oltre cento ragazzi. La formazione alberghiera è accompagnata da quella scolastica – 20% teorica e 80% pratica – grazie alla collaborazione della Scuola alberghiera Colline Astigiane, dove io ero professore. Ogni anno, la struttura accoglie otto ragazzi, che poi completano il percorso con lo stage all’Albergo Etico. 

L’albergo etico pilota, ad Asti, 21 camere e una capienza di una sessantina di ospiti, ha aperto nel 2015. Si ricorda la prima cliente? 

Una signora svizzera. 

Obiettivi per il futuro? 

Espandere la nostra rete. Spero che entro il 2023 saranno operativi almeno una quindicina di alberghi etici. Ne abbiamo già in cantiere uno a Sondrio e un altro a Cordoba in Argentina. 

Prima del Covid, molte delle vostre attività erano presenziali e vi prendevano parte ragazzi e ragazze da Catanzaro ad Aosta. Ma come vi organizzate per gestire in sicurezza questi viaggi su e giù per lo stivale? 

Costruendo un «paracadute», ovvero un capillare sistema di controllo e preparandoli come se fossero militari in missione. Innanzitutto, allertiamo una rete di volontari lungo il tragitto, pronti a intervenire in caso di problemi. E poi usiamo la tecnologia. Insegniamo ai ragazzi a utilizzare la geolocalizzazione e a inviare tramite Whatsapp una fotografia ai genitori in tutti i momenti chiave del viaggio, per esempio quando salgono sul treno oppure quando arrivano in una determinata stazione.

Quanto ha inciso la pandemia sulla vostra associazione? 

In realtà più che incidere, ci ha dimostrato quanto le nostre mamme siano davvero super. In meno di una settimana dall’annuncio del primo lockdown, infatti, affinché i ragazzi restassero in contatto tra loro, sono riuscite a mettere in piedi ben undici laboratori virtuali, di cucina, sala, pasticceria, fotografia, teatro, uso del pc, manualità, canto, linguaggio dei segni, judo e inglese.