In dialogo con Alejandro Solalinde

Dal Messico l’incredibile storia di coraggio e riscatto del prete candidato al Nobel per la Pace che difende i migranti dalle angherie dei narcos

Data: 01/06/2017
Rivista: 06 - 2017
Autori: Martina Dei Cas
Martina Dei Cas

Dal Messico l’incredibile storia di coraggio e riscatto del prete candidato al Nobel per la Pace che difende i migranti dalle angherie dei narcos

«Che bello il vostro lavoro per dare voce a chi di solito non viene ascoltato, come i disabili, gli anziani, i migranti e le persone più vulnerabili. Anche noi in Messico avremmo bisogno di una redazione accessibile, che racconti al mondo la storia del mezzo milione di uomini, donne e bambini centroamericani che ogni anno attraversano il Paese con la speranza di raggiungere gli Stati Uniti e sfuggire così alla violenza di strada e alla povertà» esordisce Padre Alejandro Solalinde nell’incontrarci a Bolzano in occasione del tour italiano di presentazione del suo libro I narcos mi vogliono morto, scritto a quattro mani con la giornalista Lucia Capuzzi.

 

Noi sorridiamo: non capita infatti tutti i giorni di ricevere i complimenti di un candidato al Premio Nobel per la pace 2017. Poi il prete di frontiera, classe 1945, ci benedice e ci racconta della sua metamorfosi da prelato borghese, con due lauree e un appartamento confortevole, a missionario itinerante, che dal 2007 ha fatto dei binari ferroviari la propria parrocchia. I migranti centroamericani non possono infatti circolare liberamente in Messico perché non hanno i documenti in regola e quindi l’unica alternativa per raggiungere il tanto agognato Nord diventa attraversare il Paese sulla Bestia, il treno merci che, grazie al Trattato NAFTA per il libero scambio firmato nel 1994 tra Messico, Canada e Stati Uniti trasporta quotidianamente prodotti di consumo a basso costo dal terzo al primo mondo. «La Bestia è un treno infernale, o meglio, come ogni macchina è neutra, ma l’uso che alcuni uomini potenti costringono altri uomini poveri a farne è crudele – spiega Solalinde – Nel mio ostello, Hermanos en camino ad Oaxaca, e negli altri sessanta rifugi per i migranti sparsi nel Paese arrivano quasi ogni giorno persone senza braccia o senza gambe, gravemente mutilate per essere cadute dal treno. Oltre a questo pericolo – continua – i migranti sono spesso sequestrati dalla polizia corrotta o dai cartelli del narco, due istituzioni criminali per le quali il traffico di esseri umani è una vera miniera d’oro». La regola è semplice: “plata” o “plomo”, denaro o pallottole, o paghi o muori.

 

«E se non puoi pagare succedono cose terribili – racconta il sacerdote – quest’anno per esempio il cartello degli Zetas, il più sanguinario del Messico, fortemente radicato a Veracruz, ha cominciato a mozzare un dito a ciascun migrante per poi recapitarlo alle famiglie in patria unitamente a una richiesta di riscatto. E se nessuno può pagare per te, allora per sopravvivere sei costretto a compiere i lavori sporchi del cartello, come gli omicidi su commissione; ma la cosa che più mi fa rabbia in assoluto è l’indifferenza della polizia, che spesso concorre alla commissione di questi crimini: io quest’anno ho presentato 811 denunce di concussione, ma ne sono state accolte solo due». Solalinde non ha paura di schierarsi contro l’impunità, i narcos e i poteri forti, per questo i cartelli hanno messo sulla sua testa una taglia da un milione di dollari e la Corte interamericana dei diritti dell’uomo gli ha assegnato quattro agenti di scorta. «Mi hanno picchiato, arrestato, hanno dato fuoco alla casa in cui vivevo con me dentro – sussurra – sarebbe stupido affermare che non corro rischi.

 

Proprio per questo dai ragazzi della scorta mi son fatto promettere che se dovesse succedere il peggio, anziché fare gli eroi, cercheranno di mettersi in salvo. Io però sono sereno e mi affido alle cure di un giovane amico nato a Nazareth oltre 2000 anni fa». «Padre, ma dove trova la forza di andare avanti?» chiediamo ammirati. «Qui – conclude accarezzando la croce di legno che gli pende sull’abito, sempre bianco per rassicurare le vittime di tratta e prendere a colpo d’occhio le distanze dalle divise blu dei federali e dalla tenuta nera degli squadroni della morte – e nelle storie come quella di Albertito, un ragazzo guatemalteco che è arrivato al nostro centro perché la polizia gli aveva rubato tutti i soldi necessari ad affrontare il viaggio ed ha scelto di restare in Messico per fare la denuncia. Come sempre il processo si è concluso con un nulla di fatto, ma lui ha deciso di non emigrare più, ha studiato diritto, si è sposato e adesso è il coordinatore delle nostre attività e lotta ogni giorno per impedire che altri giovani centroamericani subiscano la sua stessa sorte».