Il volontariato e le misure di comunità

Rivista: 06 - 2016
Autori: Giulio Thiella
Giulio Thiella

L’esecuzione penale esterna è ancora oggi marginalizzata, anche se ad esempio molto usata per i minori, e anche con notevole successo


Il volontariato e le misure di comunità

Seminario di formazione promosso dal Coordinamento Enti e Associazioni di Volontariato Penitenziario

Il 6 maggio si è tenuto a Milano il primo seminario di formazione sulle misure di comunità in ambito penitenziario promosso dal SEAC e organizzato dalla Sesta Opera San Fedele.

L’evento è stato l’occasione per confrontarsi e conoscere più approfonditamente realtà troppo spesso dimenticate e marginalizzate come quelle delle misure alternative alla pena detentiva.

Dall’ampliamento di queste misure derivano diverse e maggiori responsabilità verso tutti quei soggetti che devono svolgere ad esempio lavori di pubblica utilità sociale o scontare una detenzione domiciliare.

Oggi sono quasi 40 mila i soggetti in esecuzione penale esterna, quasi il doppio rispetto al 2010.

Questo aumento di utenza pone gli Uffici dell’Esecuzione Penale Esterna (UEPE) al centro di una rivoluzione tanto attesa quanto difficile da affrontare. Nasce da queste considerazioni il bisogno di creare una rete a livello nazionale che coinvolga le Istituzioni del territorio, UEPE ed enti del terzo settore per far fronte alle mutate esigenze di tutti coloro i quali devono scontare una pena all’esterno degli Istituti di pena.

Lucia Castellano, Direttrice del carcere di Bollate per quasi dieci anni, ha parlato di “carcere dei diritti”, cioè di quel luogo in cui tutte le forze che operano dentro e fuori da esso, dalla magistratura di sorveglianza al privato sociale, dalla direzione agli uffici dell’esecuzione penale esterna, si alleino affinché la carcerazione diventi davvero l’extrema ratio del sistema punitivo vigente, così da favorire l’esecuzione della pena sul territorio.

Attualmente il DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) spende il 97% dei fondi assegnatili per mantenere gli oltre 200 istituti di pena del territorio, quasi 3 miliardi ogni anno. Un investimento a perdere se si calcola l’altissimo tasso di recidiva, che porta gli stessi soggetti ad affollare nuovamente le stesse strutture dalle quali dovevano uscire invece rieducati e reinseriti nel contesto sociale.

L’esecuzione penale esterna è ancora oggi marginalizzata, anche se ad esempio molto usata per i minori, e anche con notevole successo. Investire in esecuzione esterna significa anche non lasciare soli gli autori e le vittime, mentre nel sistema attuale i primi spesso sviluppano sentimenti di vittimizzazione e i secondi si sentono abbandonati dalle istituzioni preposte a difenderli.

Durante la giornata di formazione è stato presentato il libro “Accompagnare i condannati invisibili”, che tratta di volontariato per le pene di comunità diretto ad assistere tutti quei soggetti abbandonati dalle istituzioni durante l’esecuzione di una pena fuori dal carcere, come ad esempio chi è detenuto ai domiciliari.

Per creare il carcere dei diritti bisogna quindi aprire le porte blindate e condividerne i rischi con le altre istituzioni, nella consapevolezza che un carcere più aperto riduce la recidiva e produce maggiore sicurezza sociale.

La difficoltà di rieducare una persona in quei luoghi dove regnano ancora la negazione dei diritti e l’annullamento della personalità del reo, ci obbligano ad operare un cambiamento culturale a cui oggi siamo tenuti affinché non si parli più di sperimentazioni, di eccellenze o di isole felici in cui i diritti vengono rispettati, bensì di una prassi a livello nazionale che avrebbe la forza di cambiare finalmente volto al sistema della Giustizia.