Il Trentino consumato

Data: 01/06/2016
Rivista: 06 - 2016
Autori: Milena Rettondini , In Medias Res

C’è un fenomeno, in particolare, che sta minacciando la regione e il nostro amato paesaggio: il consumo di suolo.


Il consumo di suolo in Trentino: morte accidentale di un paesaggio

Quando in Italia e in Europa si parla della regione Trentino si è spesso portati a pensare a vallate verdi, laghi cristallini e alte montagne, ambienti incontaminati dove la presenza umana è in assoluta armonia con la natura.

Alcuni dati, però, dimostrano che la situazione non è esattamente questa. C’è un fenomeno, in particolare, che sta minacciando la regione e il nostro amato paesaggio: il consumo di suolo.

Cerchiamo innanzitutto di capire perché si parla sempre più di questo fenomeno e perché è indispensabile proteggere questa risorsa. Il suolo è una risorsa finita ed è fondamentale per gran parte delle attività umane. Proviamo a pensare ad esempio alla produzione agricola, alla mitigazione di alluvioni e altri fenomeni idrogeologici, alla conservazione della biodiversità fino ad arrivare alle funzioni culturali paesaggistiche. Una volta “consumato”, ovvero impermeabilizzato, coperto da cemento, il suolo è perso. Per sempre. Niente più agricoltura, niente più biodiversità, niente più servizi. Per riavere le stesse proprietà sarebbe necessario aspettare centinaia, se non migliaia, di anni.

Secondo l’ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), in Italia ogni anno si consumano 55 ettari di suolo al giorno. In altre parole, perdiamo in maniera irreversibile 7 m quadri al secondo del nostro territorio.

I dati riguardanti la regione Trentino non sembrano particolarmente allarmanti ad un primo sguardo. Parliamo infatti di un dato assoluto che registra circa un 3% di suolo consumato rispetto ad una media nazionale che si aggira attorno al 7%. Ma il dato assoluto non ci aiuta molto a capire la situazione reale della nostra regione. Per farlo infatti dobbiamo considerare il dato di consumo di suolo “effettivo”.

Uno sguardo più approfondito sui dati

Dai dati raccolti negli ultimi anni è emerso che il fenomeno del consumo di suolo insiste maggiormente sulle zone pianeggianti e di bassa collina (ISPRA, 2015). Tutte le altre zone, aree a quota maggiore di 600 metri e aree con pendenza elevata, risultano naturalmente protette da questa minaccia, a causa della loro conformazione e/o dell’altitudine. La percentuale del consumo di suolo effettivo è relativa quindi non alla superficie totale di una regione bensì solo alla superficie su cui è effettivamente possibile costruire.

Ed è proprio considerando questo dato che la posizione in classifica del Trentino cambia nettamente. Si passa infatti da un 3% ad un 19% di territorio consumato, risultando così la quarta regione dove si è consumato più suolo disponibile, seconda solo a Piemonte, Valle d’Aosta e Lombardia. In altre parole risultiamo sempre virtuosi nelle classifiche nazionali perché il dato considerato non è relativo alla superficie reale potenzialmente edificabile, ma alla superficie intera del Trentino, comprese montagne, laghi, aree ad elevata pendenza ecc.

Un’altra importante riflessione viene fatta dall’Osservatorio del Paesaggio Trentino, che nel 2015 ha stilato il “Rapporto sullo stato del paesaggio”, facendo emergere dati decisamente allarmanti sui nostri “comportamenti costruttivi”. Tra quelli più impressionanti troviamo un aumento della “superficie edificata”, dal 1960 al 2004, del 190% a fronte di un aumento del solo 20% della popolazione. In altre parole 320 mq ad abitante. È chiaro che, visti i dati, molta di questa superficie è stata destinata alla costruzione di seconde case e strutture ricettive legate al turismo montano. Ma erano davvero tutte necessarie?

Il danno paesaggistico: non solo suolo

Una nota particolare va al fenomeno in territorio montano. Una ferita che va oltre ai danni fisici del consumo di suolo. Basti pensare alle famose torri del Passo del Tonale, al Club Valtur di Marileva o a Primiero. Territori violentati e deturpati in nome di uno sviluppo economico legato al turismo, che hanno portato oltre al danno anche la beffa visto che molte di queste strutture risultano dopo anni sfitte, sotto utilizzate o addirittura chiuse.

Con la divulgazione di questi dati non si sta inneggiando ad uno fanatico conservazionismo della natura. Si cerca piuttosto di far riflettere sull’uso che se ne è fatto finora, e sul rapporto che si è avuto con essa. Ugo Morelli, presidente del Comitato Scientifico della Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio (STEP) di Trento, sostiene che sia necessario smettere di pensare il paesaggio come una risorsa da vendere e che sia invece urgente riconcepirlo come spazio da vivere. Uno spazio inevitabilmente legato anche alla nostra identità e che necessita di un cambio di prospettiva che non consideri il paesaggio come “qualcosa” là fuori, ma che lo veda come parte integrante della nostra vita, delle nostre abitudini e quindi anche delle nostre pianificazioni.