Il clima sta cambiando L'Accordo di Parigi COP21 tenutosi è un successo o un fallimento? Scopriamolo nel reportage a cura dell'Associazione InMudiasRes presente all'evento mondiale.

Data: 01/02/2016
Rivista: 02 - 2016

Il clima sta cambiando

L'Accordo di Parigi COP21 tenutosi è un successo o un fallimento? Scopriamolo nel reportage a cura dell'Associazione In Medias Res presente all'evento mondiale.

L'Accordo di Parigi COP21 tenutosi è un successo o un fallimento? Scopriamolo nel reportage a cura dell'Associazione In Medias Res presente all'evento mondiale.


Un accordo storico, un fallimento, una svolta. In tanti modi è stato definito l’ormai famoso Accordo di Parigi, il documento approvato durante l'ultima Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici. Per capire meglio di cosa parliamo però, è utile andare indietro nel tempo di circa venti anni e ripercorrere le principali tappe che hanno portato a questo traguardo.

Rio de Janeiro, 1992. Ha inizio a Rio il Summit della Terra, conferenza che si conclude con la stesura della Convenzione quadro della Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, nota anche come UNFCCC. Il trattato si pone come obiettivo principale la riduzione delle emissioni di gas serra e il raggiungimento entro il 2000 della stabilizzazione delle concentrazioni in atmosfera entro i livelli del 1990. L’accordo è rivolto ai Paesi industrializzati ma non prevede alcun vincolo. La Convenzione entra in vigore nel 1994 e da questo momento in poi le delegazioni decidono di incontrarsi annualmente nella Conferenza delle Parti (COP).

Berlino, 1995. Si tiene la prima COP. Sono presenti delegati da 117 Paesi e 53 Paesi osservatori. Dall’incontro emergono seri dubbi sull’efficacia delle misure elaborate durante la conferenza di Rio. Si decide così di adottare il Mandato di Berlino, un documento che fissa, per i due anni successivi, una fase di ricerca per negoziare Stato per Stato una serie di azioni adeguate. I Paesi in via di sviluppo vengono esentati da obblighi addizionali vincolanti, a causa del principio delle responsabilità comuni ma differenziate.

Kyoto, 1997. E' la terza COP. Con non poche difficoltà si arriva all’adozione del Protocollo di Kyoto. Il trattato prevede l’obbligo per i Paesi industrializzati di ridurre nel periodo 2008-2012 le emissioni di gas serra di almeno il 5% rispetto ai livelli del 1990. Gli obblighi previsti dal trattato sono legalmente vincolanti e per assicurarne il rispetto si prevede che ogni nazione istituisca dei meccanismi di monitoraggio. Vengono inoltre delineati degli strumenti per aiutare l’assorbimento di CO2 e quindi la sua diminuzione in atmosfera. Per capire come gli Stati devono utilizzare questi strumenti però bisognerà aspettare 4 anni, quando finalmente durante la COP7 a Marrakech verranno definiti i dettagli operativi.

Il protocollo entrerà in vigore solo nel 2005 e non verrà ratificato dai due grandi inquinatori mondiali: Cina e USA.

Copenaghen, 2009. Siamo arrivati alla quindicesima edizione della COP. Le aspettative su questo incontro sono molto alte, si spera di riuscire a raggiungere finalmente un accordo globale vincolante. Purtroppo non accadrà. Dalla conferenza esce un’intesa non vincolante e poco ambiziosa. Il documento prevede il generico obiettivo di mantenere la temperatura al di sotto dei 2°C e di stanziare dei fondi per i Paesi in via di sviluppo, senza alcun obiettivo di riduzione delle emissioni.

Parigi, 2015. COP21. 195 nazioni, più di 30 mila partecipanti. Sono passati vent’anni dalla prima edizione di queste conferenze. La cosa curiosa è che proprio da quando si è iniziato ad affrontare il problema, le emissioni sono aumentate di più del 50%. Paradossalmente quindi più negoziamo, più discutiamo della riduzione delle emissioni, più queste crescono. Fino a Parigi, come abbiamo visto, il percorso è stato lento e travagliato e non si può parlare di grandi successi.

Prima di parlare nello specifico dell’accordo è bene tenere presente due cose che differenziano il documento dal Protocollo di Kyoto: l’accordo in questione non è vincolante e non sono previsti dei meccanismi di monitoraggio degli impegni presi.

Vediamone ora i punti principali.

In primis l’accordo prevede di limitare la temperatura terrestre “ben al di sotto dei 2°C” e di “fare degli sforzi per limitare l’aumento a 1,5°C” rispetto ai livelli pre-industriali. Per fare questo, e di conseguenza per ridurre le emissioni, ogni Paese ha presentato i propri contributi nazionali di riduzione, gli Intended Nationally Determined Contributions (INDCs). Tuttavia, secondo alcune stime, questi contributi porterebbero ad un aumento delle temperature di circa 2,7°-3,5°C. Anche i contributi dei singoli Stati, come del resto l’intero Accordo, non sono vincolanti. Cosa è previsto quindi se gli stati non riusciranno a rispettare gli accordi presi? Nulla, semplicemente ne verrà preso atto dalla comunità internazionale. Meccanismo alquanto discutibile se consideriamo che questo trattato potrebbe essere quello decisivo per le sorti del pianeta.

Nel testo si legge inoltre che “al fine di raggiungere l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura entro il limite stabilito, le Parti mirano a raggiungere un picco globale delle emissioni di gas serra nel più breve tempo possibile, riconoscendo tuttavia che ci vorrà più tempo per i Paesi in via di sviluppo, per poi intraprendere un percorso rapido di riduzione in modo da raggiungere un equilibrio tra le emissioni di origine antropica e la capacità di assorbimento nella seconda metà di questo secolo”. Nessun riferimento alle percentuali di riduzione né alle tempistiche di questo processo, se non un generale riferimento alla metà del nostro secolo.

In secondo luogo l’accordo prevede che vengano attuate delle azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, azioni che verranno finanziate attraverso un fondo annuale di 100 miliardi di dollari, messi a disposizione dai Paesi Industrializzati. Anche in questo caso, non è specificato entro quanto questi soldi dovrebbero essere stanziati e secondo quali criteri potranno essere utilizzati.

L’Accordo entrerà definitivamente in vigore dal 2020 se sarà ratificato da almeno 55 Parti che rappresentino almeno il 55% del totale delle emissioni dei gas serra a livello globale.

Un successo o un fallimento?

Rispetto alle conferenze precedenti vi sono alcuni punti che possono essere considerati dei successi, come il coinvolgimento per la prima volta di un numero così elevato di Paesi, tra i quali Cina, India e USA e lo stanziamento di una somma rilevante per le azioni di mitigazione e adattamento. Purtroppo però i punti critici sono molti. In 31 pagine di testo non vengono mai nominati i termini “petrolio”, “carbone” o “combustibili fossili”. E non si parla nemmeno di tagliare gli oltre 5.000 miliardi di dollari l’anno di sussidi ai combustibili fossili.

È chiaro quindi che non sarà questo accordo a salvarci. La lotta reale al cambiamento climatico si gioca sul piano nazionale e locale ed è lì che le nostre amministrazioni dovranno impegnarsi di più. La regia ora deve passare a loro. Ripensare le infrastrutture energetiche, le politiche di urbanizzazione, incentivare mezzi di trasporto sostenibili, la gestione dei rifiuti è compito delle singole nazioni ma anche dei singoli individui. Noi tutti abbiamo un enorme potenziale in questa lotta, che va dalla semplice sensibilizzazione sulle tematiche dei cambiamenti climatici alla più impegnata opposizione alle amministrazioni che svendono o avvelenano lentamente i territori e ne distruggono le risorse.

“Una cosa è impossibile finché non viene realizzata”, è stato detto spesso durante la conferenza, citando Nelson Mandela. Speriamo che questa frase, come anche i propositi e gli impegni presi dalle nazioni a Parigi, non restino soltanto sulla carta. E' tempo di agire, prima che sia troppo tardi.


di Milena Rettondini – In Medias Res