I confini politici

Data: 01/02/2017
Rivista: 02 - 2017
Autori: Fabio Pipinato
Fabio Pipinato

vere e proprie cicatrici della storia

Al mondo ci sono circa 200 Stati. In realtà 192 presenti all'Assemblea dell'Onu ed altri in via di definizione o non iscritti all'elenco degli “amanti la pace” come la Corea del Nord. Quasi tutti i confini o sono fisici, come le nostre Alpi e i nostri mari, o sono politici e, quindi, vere e proprie cicatrici della storia.
Questi confini sono in continuo e lento movimento. Oggi, per esempio, ci sono una trentina di conflitti attivi, tant'è che Papa Francesco parla di “guerra mondiale a pezzi”. Nel post conflitto cruento, quando ancora i cannoni fumano, vengono ridisegnati i confini statuali e smembrate le federazioni, com’è accaduto nella ex Jugoslavia. Spesso poi i confini vengono definiti a tavolino, lontano dai territori in guerra, a volte addirittura tracciando una linea con il righello sulla cartina, come avvenne per l’Africa durante la conferenza di Berlino (1884-1885). Gli indigeni, non a contatto con la “civiltà”, si identificano di più con i confini naturali come i deserti e i fiumi che non con quelli “politici”. Il paradosso: i confini “politici” sono il risultato della guerra e sono necessari in caso di guerra; danno occasione a milioni di rifugiati di riparare oltre frontiera ove il Paese belligerante non ha giurisdizione.

A volte i confini vengono difesi per motivi religiosi, come nel caso del Santo Sepolcro a Gerusalemme, luogo in cui diverse religioni si contendono con tappeti e riti uno spazio e un tempo simbolico, tra continue mediazioni per permettere la convivenza e sedare la violenza nella città santa.
Riflessioni che riguardano società a noi lontane? Non direi! Nella civilissima Europa sono innumerevoli gli esempi di “fuoriuscita dai confini” come la Brexit, appena benedetta da Trump, o la Transinistria. Quest'ultima (dentro o fuori dalla Moldavia non si sa) batte moneta, ha emblema e bandiera e non è riconosciuta dall'Onu, ma ora veniamo a casa nostra: all'Italia, ai migranti che attraccano sulle nostre coste con l’obiettivo di valicare le Alpi per raggiungere il nord Europa. E qui, al confine del Brennero e di Ventimiglia trovano la frontiera, le guardie, il filo spinato; cose che pensavamo superate con l'accordo di Schengen. Ma il limite è correlato alla conquista e difesa dello spazio. Lo possiamo verificare quotidianamente al mercato cittadino del giovedì quando i commercianti ambulanti fissano i propri picchetti a terra. I commercianti “non ambulanti” verificano millimetricamente che vi sia lo spazio vitale affinché la propria bottega, che si affaccia dietro i banchi, possa godere di un minimo di visibilità. Un altro esempio di limite è dato dal bracciolo del sedile del treno o dell'aereo. Ad inizio viaggio tolleriamo ogni “invasione di campo” ma, man mano che il tempo passa, sopportiamo malvolentieri la conquista di spazio da parte del vicino.
Un confine spesso debordato lo troviamo, infine, nel conflitto intrapsichico. Nel bambino il “super-io” va costruito piano piano con i tanti “no” che i genitori ed il mondo pronuncia-no. Si ridimensiona l'io e vengono posti sotto controllo gli istinti primordiali come la paura o la collera.
Arrivati alla meritata pensione ecco che si allentano i confini e si deborda più facilmente dopo decenni di “contenimento” sotto padrone. Il carcere è per coloro che non rispettano i confini che il super-io della società s'è data.
La politica non è altro che un ridisegno continuo del limes al fine di contenere chi è “senza limite”. Di chi non è mai sazio. Di chi non sa contenersi.