DIANA ANSELMO,

ACCESSIBILITY MANAGER DI ORIENTE OCCIDENTE

Data: 01/10/2022
Rivista: 10 - 2022
Autori: Martina dei Cas
Martina dei Cas

DIANA ANSELMO,

ACCESSIBILITY MANAGER DI ORIENTE OCCIDENTE

Per favore. Permesso. Grazie. Per secoli le formule di cortesia hanno rappresentato l’unico perimetro d’azione delle persone con disabilità all’interno di uno spazio pubblico inaccessibile o addirittura escludente. Ma il vento sta cambiando. E Diana Anselmo è in prima linea per accelerare il processo. L’attivista e performer veronese, ventiquattro anni, ha lavorato come disability manager del festival di danza roveretano Oriente Occidente, in programma dal 3 al 10 settembre scorso.

Diana, chi è il disability manager?

Più che disability manager, mi definirei «accessibility manager». Infatti, non gestisco la disabilità, ma intervengo sull’accessibilità degli eventi culturali. Mi occupo di barriere evidenti, dalla mancanza di rampe ai lavandini troppo alti, e di barriere invisibili, culturali. Per decenni, le persone con disabilità si sono sentite dire che i luoghi dell’arte, del confronto, della democrazia non erano per loro. Il mio compito è scardinare questo pregiudizio.

Tu hai una laurea in Sociologia a Trento e ora frequenti la specialistica in Teatro e Arti performative all’Università di Venezia. Ma dove si studia l’accessibility management?

All’estero esistono corsi in «disability studies». In Italia no. Nel mio caso, questo lavoro è la prosecuzione del mio percorso di vita come artista, attivista e persona sorda. Pensiamo alle grandi aziende, ai musei. Nei loro statuti, di accessibilità si fa un gran parlare, ma spesso il compito di garantirla è affidato a una persona normodotata, che – per quanto piena di buona volontà – non potrà mettere sul tavolo il mio stesso portato di esperienza diretta. Un po’ come quando per risolvere il problema del sessismo ci si affida a un maschio o a implementare le politiche contro il razzismo è un bianco. Per non parlare del malinteso senso del bello. Mi è capitato di sentire dire che non si potevano mettere i sottotitoli a un video perché «va bene i sordi, ma così diventa brutto».

Un primo rimedio, sia nell’ambito della rappresentanza che in quello della formazione, è l’associazione che hai co-fondato, Al Di Qua Artists…

Sì, si tratta di un’esperienza unica in Europa. La prima associazione gestita da artisti e artiste con disabilità in rappresentanza della nostra categoria. Siamo performer, danzatori, registi, coreografi. Facciamo advocacy e formazione negli enti culturali. Proponiamo soluzioni per rendere accessibili i luoghi e le opere, sia in fase di costruzione che a posteriori. Con una particolare attenzione: evitare che la disabilità – o la presenza di artisti con disabilità sul palco – venga strumentalizzata.

Di recente, hai lavorato allo sbarrieramento di rassegne e musei a Torino, Piacenza, Roma. Come sei approdata a Oriente Occidente?

Conosco il festival da quando studiavo a Trento. Negli anni, ho partecipato a diverse iniziative spot, tra cui la predisposizione degli zainetti Subpac che – vibrando come una poltrona massaggiante a diverse intensità – permettono di far apprezzare la musica alle persone sorde. Per il 2022, abbiamo deciso di rendere il mio contributo più strutturato. 

Quali accorgimenti avete adottato per garantire la fruizione degli spettacoli a diversi tipi di pubblici? 

Abbiamo mappato i luoghi in cui si svolgeranno e pubblicato sul nostro sito le specifiche: presenza di scalini, larghezza di porte e ascensori, altezza degli sciacquoni nei bagni. Poi abbiamo predisposto delle audioguide ai concerti per persone cieche e – infine – abbiamo individuato i quattro spettacoli con il contenuto visuale maggiore e quindi più adatti ai sordi. In quelle occasioni, oltre al Subpac, lo staff sarà composto da persone che conoscono la lingua dei segni. 

Progetti futuri?

Uno tutto nuovo: raccontare la storia dimenticata delle persone sorde nel corso dei secoli.