C’est moi!

Data: 01/04/2019
Rivista: 04 - 2019

Quando l’arte restituì l’autostima ai mutilati della Grande Guerra.

Dopo la Grande Guerra, l’Europa dovette affrontare profondi cambiamenti sia a livello politico, tecnologico ed economico, che a livello sociale e spirituale.
Anche chi riusciva a tornare dalle trincee e a riabbracciare la propria famiglia, portava con sé dei danni psicologici e fisici. Spesso questi ultimi consistevano nella perdita di un arto, con la conseguente sostituzione con un braccio o gamba di legno. Capitava anche che alcuni perdessero una parte del viso, come conseguenza delle pratiche d'urgenza per evitare sanguinamenti o infezioni, oppure per l’impreparazione della chirurgia davanti alle conseguenze delle nuove tecnologie belliche. Ciò dava il colpo di grazia a chi era già ferito fisicamente ed emotivamente, causando una sorta di “morte morale” nel vedere le proprie fattezze, specchio della propria identità, stravolte.
Alla fine del 1917, la scultrice americana Anna Coleman Ladd, che in quel periodo si trovava a Parigi con il marito medico della Croce Rossa, aprì un atelier per donare una seconda opportunità ai soldati sfigurati. Insieme al suo collaboratore Francis Derwent Wood, scultore inglese e fondatore del “Dipartimento di maschere per i volti sfigurati” a Londra, produssero 185 maschere sia il livello estetico che quello funzionale.

Ogni pezzo richiedeva circa un mese di lavoro e si avvicinava il più possibile alla fisionomia del paziente. Per costruire queste protesi si partiva da un calco in gesso del viso del mutilato, per poi realizzarle con del rame zincato sottilissimo, che andava a coprire la zona di volto danneggiato, simulandone l’aspetto originario. Venivano poi ritoccate con la giusta colorazione per avvicinarsi alle caratteristiche dell’epidermide di chi doveva indossarla. Per finire a volte veniva dipinto un velo di barba o, su richiesta del paziente, si applicavano dei baffi posticci, creati con i suoi capelli. Per sostenere le protesi si usavano degli speciali occhiali oppure dei fili, che si fissavano dietro le orecchie.

“C’est moi!” era la frase di chi era tornato a vivere, a sentirsi normale, almeno in parte, così da poter dimenticare la realtà lontana dalle trincee, finalmente al riparo dagli sguardi di commiserazione e curiosità morbosa, dopo aver riacquistato, grazie a queste maschere, la propria autostima.