Biografie d'oltremare

Rivista: 10 - 2016
Autori: Martina Dei Cas
Martina Dei Cas

Dopo aver analizzato le rotte subsahariane e mediterranee, ci dedichiamo in questo numero al percorso che dal cuore dell’Asia porta i migranti a sfidare la sorte sulle montagne innevate dell’Iran e della Turchia, nelle acque agitate dell’Egeo e alle stazioni di frontiera di Macedonia e Ungheria per giungere attraverso l’Austria e la Germania nel cuore dell’Europa.


Biografie d'oltremare

Prosegue con un approfondimento sul Pakistan la rubrica di Prodigio dedicata ai richiedenti asilo ospitati sul nostro territorio.

Biografie d’oltremare

 

Prosegue con un approfondimento sul Pakistan la rubrica di Prodigio dedicata ai richiedenti asilo ospitati sul nostro territorio. Dopo aver analizzato le rotte subsahariane e mediterranee, ci dedichiamo in questo numero al percorso che dal cuore dell’Asia porta i migranti a sfidare la sorte sulle montagne innevate dell’Iran e della Turchia, nelle acque agitate dell’Egeo e alle stazioni di frontiera di Macedonia e Ungheria per giungere attraverso l’Austria e la Germania nel cuore dell’Europa. I nostri intervistati, Mehmood F., Alì G. e Usman M. hanno rispettivamente ventuno, venticinque e ventidue anni. Il primo viene dalla capitale del Pakistan, Islamabad, gli altri dalla regione del Punjab.

 

1. Come e perché sei arrivato in Italia?

A.: Sono scappato dal Pakistan perché la mia famiglia non condivide le idee del partito al potere nella mia regione. Tutti i miei parenti maschi sono stati minacciati di morte, ad esclusione di mio padre, che è un uomo anziano. Ho un fratello più vecchio e tre sorelle, di cui una disabile. Tarek, mio fratello, è espatriato in maniera legale, mentre io non sono riuscito ad ottenere i visti. Un giorno il partito ha pagato la polizia affinché mi torturasse; in Pakistan è una prassi comune: ti arrestano con un’accusa sommaria, poi ti tagliano un orecchio o ti strappano le unghie. Le cicatrici che ho sulle mani me le sono procurate così. Quando mi hanno rilasciato, ho capito che restare ancora era troppo pericoloso, così sono scappato via terra, attraversando Iran, Turchia e Grecia. Sono rimasto ad Atene sette anni e tre mesi. Lì vendevo fiori e anche se ero un clandestino, mi sentivo al sicuro. Poi hanno cominciato ad arrivare in Grecia profughi pakistani membri del partito che minacciava la mia famiglia e ho capito che dovevo andarmene. Se mi avessero riconosciuto, avrebbero tenuto fede alla loro promessa di uccidermi. Così ho fatto di nuovo i bagagli e sono scappato. Ho attraversato la Macedonia, la Serbia, l’Ungheria e l’Austria e sono arrivato in Germania. Lì però mi hanno detto che volevano solo richiedenti asilo di nazionalità siriana. Stavo male e mi hanno fissato un appuntamento dal medico dopo due mesi. Così alla fine, convinto da un conoscente, ho preso un treno da Monaco a Bologna. Poi sono salito sul primo autobus per la Sicilia: mi avevano detto che i campi profughi si trovavano solo in quella regione. Appena arrivato non sapevo quale direzione prendere per raggiungere il campo più vicino, così ho chiesto aiuto a due poliziotti, che mi hanno indicato la strada da seguire. Sono molto grato agli italiani: qui ci trattate bene, abbiamo cibo, un letto, una stanza.

M.: Da quando ho dodici anni lavoro come cuoco in un ristorante tipico. So preparare ogni sorta di pollo, riso, insalata e dolce. Mio padre è morto quando ero piccolo e mia madre si è risposata, ma il suo nuovo marito non voleva avermi in casa sua, così ho dovuto sempre arrangiarmi da solo. Guadagnavo dieci euro al giorno, ma volevo un futuro migliore. Alle scorse elezioni ho iniziato a lavorare come autista del risciò di un signore che poi sarebbe stato eletto Ministro dello Stato. Sono rimasto con lui per un anno e sei mesi e così sono riuscito a risparmiare i soldi necessari per venire in Europa. In Iran e Turchia ho avuto problemi con le forze dell’ordine che non volevano farci passare e addirittura si rendevano complici delle estorsioni ai nostri danni. Sulle montagne c’era tanta neve, che copriva i corpi di chi non era riuscito ad attraversare i valichi. In Grecia finalmente la polizia è stata buona, anziché picchiarci infatti ci ha dato vestiti e cibo. Ho attraversato Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria. Quando sono arrivato a Trento, ho dormito una notte in stazione, poi un pakistano si è impietosito e mi ha portato al Cinformi.

U.: Sono arrivato in Italia otto mesi fa. Mio padre è troppo vecchio per lavorare e mia mamma è in ospedale. Io sono il più vecchio di sei fratelli: avevo il dovere di trovare un lavoro che mi permettesse di aiutare la famiglia. La nostra fonte di reddito principale era l’affitto di un piccolo negozio di proprietà di papà. Io contribuivo facendo il meccanico e coltivando a riso e grano un campo vicino casa, ma i soldi non bastavano mai. Così in circa due mesi ho attraversato nell’ordine Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Austria e Italia. Sono arrivato a Roma Termini in treno e ho chiesto aiuto a un signore che mi sembrava pakistano, incontrato in stazione. Lui mi ha detto di andare in Sicilia, che lì avrei trovato una struttura pronta ad accogliermi. Così ho preso il primo autobus e sono partito. Poi da Palermo mi hanno trasferito qui a Trento.

2. Qual è il tuo sogno?

A.: Trovare un lavoro, uno qualsiasi. Un domani mi piacerebbe anche far venire qui la mia famiglia. Non tanto le mie due sorelle sposate: loro vivono in un’altra città, tranquilla, su cui il partito non è riuscito a mettere le mani, ma per la terza sorella, quella disabile, vivere in Italia sarebbe molto più confortevole.

M.: Mio padre è morto, mia mamma si è risposata e la sua nuova famiglia non mi accetta. In Pakistan non mi aspetta nessuno, per cui vorrei rimanere in Italia, vivere, sposarmi e morire in Italia, ma non in un campo profughi.

U.: Vorrei fare il meccanico e avere abbastanza soldi per pagare le cure ospedaliere di mia mamma. Certo, vivere in Italia è già un sogno: qui vivete in pace e potete portare i bambini al parco senza paura che rimangano vittime di una bomba.

 

Toccante anche la testimonianza del pittore Alì Mohamed, 28 anni, di Attock, vicino a Islamabad, che riportiamo qui in forma integrale: «Sono cresciuto in una terra di confine, appena sotto la montagna da cui i talebani partono per fare le incursioni nei villaggi. Ero operatore sociale per il PTI, il Movimento per la Giustizia, un partito politico molto vicino a quello della famiglia Bhutto, che lotta per garantire l’uguaglianza di genere, la scolarizzazione e la tutela dei diritti umani nel nostro Paese. Amavo il mio lavoro e anche la mia famiglia, in particolare mia moglie e i nostri due figli. Un giorno i talebani hanno attaccato il villaggio dove abitavamo: la nostra casa è esplosa. Io ero in giardino e me la sono cavata con una ferita alla gamba e tre mesi di ospedale, mentre per loro non c’è stato nulla da fare. Anche mia suocera è venuta a mancare quel giorno, mentre i miei genitori sono scappati a Hyderabad. Io durante la convalescenza ho avuto molto tempo per riflettere. Ormai ero solo, non avevo più nulla da perdere, per cui ho deciso di venire in Europa, per testimoniare quello che stava succedendo alla mia gente e chiedervi di aiutarci. Ho superato il confine con l’Iran nei pressi di Quetta, nel Belucistan, tagliando i reticolati con molta paura, perché lì la polizia di frontiera ha l’ordine di sparare sulla gente. Appena messo piede in Iran mi hanno caricato su una macchina con a bordo 15 persone: 3 nel baule e 12 dentro. A turno tutti siamo andati nel bagagliaio per due, tre ore, è stato molto brutto perché non si respirava. Così sono arrivato a Isfahan e ho iniziato a informarmi su come attraversare i monti che circondano la pianura di Salma, confine naturale tra Iran e Turchia. Mi hanno detto che i valichi si superano solo di notte, in gruppi composti da 250 – 300 persone e 2 guide locali. È proprio su quelle montagne che ho perso quello che durante il viaggio era diventato un caro amico: lui è scivolato, cadendo in un burrone, e ha cominciato a gridare invocando il mio aiuto, ma la guida mi ha costretto a proseguire, dicendo che ormai era spacciato. Arrivato in Turchia ho scoperto che si può arrivare in Europa attraverso i fiumi o attraverso il mare. Io ho scelto quest’ultima via e al porto di Alicarnasso in Turchia mi sono imbarcato per raggiungere la Grecia. Siamo partiti di notte: il sole che tramontava sulle acque piatte del mare era bellissimo, eppure nessuno di noi riusciva a godere di quello spettacolo. Eravamo stipati in tre lance, che contenevano dieci persone ciascuna. Ad un certo punto una di esse ha cominciato a imbarcare acqua e ce la siamo lasciata dietro. Poi anche la seconda ha avuto un’avaria. Amici, per carità di Dio, non lasciateci, gridavano i passeggeri. Noi volevamo buttarci in mare, fare qualcosa per aiutarli, quando anche la nostra lancia si è rotta. Siamo rimasti un’ora fermi, pregando e aspettando i soccorsi. Poi abbiamo capito che dovevamo salvarci da soli, così abbiamo alleggerito la barca dei pesi inutili e abbiamo cominciato a pagaiare, a turno. Era faticoso, perché avevamo solo due remi, ma dopo tre ore siamo andati alla deriva sull’isola di Kos: ci era rimasta addosso solo la biancheria. Lì i soldati greci sono stati gentili e umani e ci hanno accompagnato alla base di una ong americana che ci ha regalato cibo, vestiti e scarpe. Da Kos sono andato sulla penisola, poi in Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia, Austria, Germania. Dopo dieci giorni lì sono tornato in Austria e infine in Italia. Che cosa sogno per il mio futuro? Vorrei imparare a dipingere in un’accademia. In Pakistan i talebani sono solo il 20% della popolazione ma, come il cancro, infettano l’intero sistema, impedendo al restante 80% di pensare liberamente, di sviluppare l’arte, di acculturarsi. Che cosa sogno per il mondo? Un futuro dove i genitori non restino orfani dei figli a causa della guerra».

 

Un’altra storia

«Mi chiamo Yahya, ho 24 anni e vengo dal Burkina Faso. Sono arrivato in Italia tre mesi fa, ma il mio viaggio è cominciato nel 2013. Ho attraversato il Niger e lavorato in Libia come operaio nel settore dell’elettronica, poi mi sono imbarcato per la Sicilia. Al mio Paese ero il custode dell’orto della scuola coranica della mia città. Amo curare le piante e qui a Trento sono felice, perché posso coltivare la terra intorno alla Residenza Oltrefersina. Sto imparando l’italiano e a prova della mia buona volontà vi elenco tutti i nomi delle verdure di cui mi occupo: pomodori, zucchine, melanzane, patate, cetrioli, peperoni e cappucci».

 

Martina Dei Cas