"Zia lo sai che sei un po' strana?!"

Rivista: 04 - 2016
Autori: Giulio Thiella
Giulio Thiella

Intervista all'autrice Patrizia Ciccani


"Zia, lo sai che sei un po' strana?!"

Intervista all'autrice Patrizia Ciccani

"Zia, lo sai che sei un po' strana?" è un libro autobiografico di Patrizia Ciccani, Dottore di Ricerca in Pedagogia e scrittrice, che racconta i percorsi scolastici e lavorativi dell’autrice, affrontati non senza difficoltà, ma con la determinazione e la forza di chi vuole raggiungere i suoi obiettivi.

 

Patrizia, raccontaci qualcosa di te e di come è nata l’idea di scrivere questo libro.

La curiosità è una delle potenti molle che mi spinge a cogliere ogni occasione che mi si presenta. La mia tetraparesi spastica, con la quale convivo dalla nascita da 54 anni, non è mai stata un freno. Nel lavoro che ho svolto per 25 anni, nelle scuole, all’Università e in molti altri ambiti formativi, la mia disabilità è stata lo strumento educativo attraverso il quale aiutare le persone a superare le barriere che molto spesso impediscono la relazione con le persone con disabilità. Quando mi sono resa conto di aver vissuto molte esperienze significative sia nella sfera privata, sia in quella professionale, ho deciso che valeva la pena raccontarle sperando di raggiungere tante persone. Volevo farlo con ironia, togliendo la pesantezza che accompagna spesso storie di disabilità e, a quanto mi dicono, pare che ci sia riuscita.

 

Ti soffermi molto a parlare della tua esperienza scolastica, del passaggio dalle scuole cosiddette speciali a quelle tradizionali. Quali passi avanti sono stati fatti secondo te verso l’inclusione scolastica nel corso degli anni?

È innegabile che sono stati compiuti tanti passi in avanti verso l’inclusione scolastica. L’abolizione delle scuole speciali, la creazione delle figure dell’insegnante di sostegno e dell’educatore che lo affianca, del gruppo di lavoro dedicato a ogni bambino con disabilità, l’attenzione verso i bisogni educativi speciali, l’adozione o almeno la tendenza all’adozione di strumenti tecnologici che riducano l’handicap, l’eliminazione quasi totale delle barriere architettoniche, sono tutti passi verso l’inclusione, ma è altrettanto vero che la strada che rimane da fare è ancora molto lunga, visto che molte di queste conquiste rimangono sulla carta.

 

Molte delle barriere che hai incontrato erano mentali più che fisiche o architettoniche. Mi spiegomeglio, la tua classe delle scuole superiori posta al terzo piano senza ascensore ad esempio, una situazione risolvibile semplicemente con lo spostamento dell’aula ad un piano inferiore. Spesso basta poco per rendere più accessibile e inclusiva un’attività, secondo te al giorno d’oggi la sensibilità verso le esigenze particolari è maggiore?

Sicuramente il fatto che le persone con disabilità oggi siano parte visibile di molti ambiti della vita sociale e civile impone una attenzione maggiore  rispetto a quando erano relegate in luoghi separati. La società civile è quasi obbligata ad aprirsi a esigenze particolari, ma il problema è che la disabilità è ancora considerata come qualcosa che riguarda una parte, i problemi che incontrano le persone con disabilità sono loro e il risolverli sembra ancora una concessione e non un diritto. Lei dice, ci vorrebbe poco ed è verissimo, ma spesso quel poco, e io aggiungo semplice, non viene fatto.

 

Cosa pensi bisognerebbe migliorare ancora oggi nel sistema scolastico per permettere a tutti di ricevere un’educazione adeguata alle proprie capacità?

Rivoluzionerei il sistema scolastico, per come è adesso è inadeguato molto spesso anche per chi non ha una disabilità. Il mondo cambia molto velocemente, la scuola troppo lentamente, non è capace di rispondere ai bisogni di ognuno, ma chiede a ognuno di adeguarsi a modelli vecchi, la disabilità dei bambini non fa altro che mettere in evidenza lacune e mancanze estendibili a tutti gli alunni. Il discorso è complesso, riguarda diversi aspetti, da quello economico in termini di risorse a quello educativo. Per dare a ognuno l’educazione e la formazione adeguata alle capacità di ognuno, occorrerebbe, ad esempio, investire sull’uso della tecnologia che in molti casi riesce a ridurre l’handicap, sulla formazione degli insegnanti, tutti, di sostegno e curriculari, perché acquisiscano competenze che li mettano in grado di lavorare con le difficoltà che presentano le diverse disabilità. La formazione degli insegnanti dovrebbe curare anche l’aspetto relazionale. Su questo ho lavorato per tanti anni creando laboratori dove insegnanti, educatori, operatori sociali trovavano l’occasione per esprimere, elaborare e superare le difficoltà che incontravano nel lavoro con alunni con disabilità.

 

Raccontaci della tua esperienza nel mondo del sociale.

Ho avuto esperienze di lavoro e vita di cooperativa. Per me è stata un’esperienza fondamentale, si diventa imprenditori di se stessi, si costruisce il lavoro pezzo per pezzo, non c’è niente di preconfezionato, a meno che non ci si pone con la mentalità di dipendente.  Essere socio e lavoratore di una cooperativa significa progettare, cercare fondi e realizzare il progetto insieme agli altri soci e colleghi. La mia era una cooperativa sociale, ovvero abbiamo lavorato in ambito sociale, in particolare con progetti dedicati alla disabilità, ma non solo, ed era anche integrata, cioè una percentuale dei soci aveva una disabilità. La dimensione della cooperativa è importante anche perché consente di mettersi in gioco, di sperimentare le proprie capacità e di sondare le proprie potenzialità, di inventarsi il lavoro.

 

Nel libro parli anche di un’esperienza di volontariato per te molto importante.

La sola esperienza di volontariato che ho fatto è durata molti anni, all'Istituto Don Guanella maschile di Roma, dove vivono uomini con disabilità diverse e piuttosto importanti. Come racconto nel libro non mi sentivo “volontaria”, ma amica alla pari, loro stessi mi consideravano un ponte con il mondo esterno, con i normali, si sentivano compresi da me. Con loro mi divertivo, lasciavo fuori dal cancello ogni pensiero e mi immergevo nella loro quotidianità.

 

Per concludere, ti chiedo di lasciare un messaggio ai lettori di Pro.di.gio. che ci stanno leggendo.

Vivendo e lavorando mi sono resa conto che soltanto l’educazione e la formazione possono vincere la battaglia contro il pregiudizio e le barriere culturali che creano mondi separati in un mondo dove ormai si vive tutti insieme. Formazione a tutti i livelli e in tutti gli ambiti. E allora mi sento di invitare i lettori a riflettere su questo e a creare laddove è possibile condizioni perché si possa realizzare. Chi avrà la pazienza di leggere “Zia, lo sai che sei un po’ strana?” comprenderà meglio le mie parole. E allora buona lettura.