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Un fenomeno più comune di quanto si creda
di Elisabetta Liverani
(ottobre 2002 p. 2)
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L'autolesionismo viene in genere definito clinicamente come il tentativo di causare deliberatamente un danno al proprio corpo, lesionandosi in modo di solito abbastanza grave da provocare danni tessutali. Si tratta di una vera e propria patologia, indicata da alcuni con il termine Deliberate Self Harm Sindrome ("Sindrome di auto-ferirsi intenzionalmente"), da altri Complex post-traumatic stress disorder (Disturbo post traumatico da stress o PTSD), Repetitive Self-Harm Syndrome (Sindrome da auto-lesionismo ripetuto) oppure Multiple personality/dissociative identity disorders (Disturbi di personalità multipla/identità dissociativa o MPD/DID). Molti di questi individui si definiscono semplicemente "Cutters" (Tagliatori) ed alcuni chiamano quello che fanno SI o self-injuried (auto-lesionismo).

Ci si vergogna di ammettere di essersi volutamente feriti, per paura di non essere capiti, di essere giudicati negativamente ("Sei una sciocca”, “Vuoi solo attenzioni") o addirittura relegati immediatamente nella categoria pazzi. Invece non c'è nulla di cui vergognarsi, sia perché gli autolesionisti non sono pazzi, sia perché tale fenomeno è più comune di quanto si creda, in forma patologica e non. Il fumo, l'assunzione di stupefacenti, il rosicchiarsi le unghie, l'affamarsi e poi abbuffarsi e vomitare, l'imporsi esercizi ginnici fino allo sfinimento possono considerarsi forme poco manifeste, ma molto subdole del fenomeno.
Spesso si presenta in concomitanza con altri disturbi psichici (in particolare sindromi maniaco depressive e disturbi del comportamento alimentare). «Questo divenne il mio regolare schema: affamarmi fin tanto che era possibile, abbuffarmi, provare a vomitare, fallire e così tagliarmi il braccio». In genere però la presenza è alternata: quando ci si abbuffa e si scarica lo stress in quel modo, non ci si taglia o autolesiona in altro modo e viceversa. «Dopo due o tre settimane, scoprii che non avevo più bisogno della pre-abbuffata per tagliarmi... infatti il solo ferirmi fisicamente poteva impedire l’abbuffata».
Una recente statistica fa ammontare 5% chi soffre di tale disturbo. Tutta la popolazione ne è coinvolta, indipendentemente dall'età, dal grado di istruzione e dalla classe sociale; le donne risultano le più colpite. Molti degli autolesionisti tendono ad essere perfezionisti, incapaci di gestire e di manifestare verbalmente intense emozioni. Non si piacciono, odiano il proprio corpo e possono avere gravi sbalzi d’umore. È possibile che abbiano subito abusi sessuali o violenza psicologica nell’infanzia, ma non è un carattere predominante.

Imparato a gestire il dolore interiore in questo modo, ci si abitua, non potendone più fare a meno. («Improvvisamente la mia vita sembrava maneggevole. Potevo controllare il dolore, e seppi che nessuno poteva ferirmi più di quanto io potevo ferire me stessa. Ero anche orgogliosa di poter essere così forte! Questo mi fece sentire meglio di come mi sentivo da lungo tempo»).
Qualche mito da sfatare: l'autolesionista non è un pericolo per la società: la violenza è sempre e solo rivolta verso di sé, mai verso altri. Né ritratta di un individuo pericoloso per se stesso: al contrario delle credenze comuni l'autolesionismo non è un tentativo di suicidio, quando un modo di affrontare la vita.
È una patologia curabile tramite terapia farmacologia allo scopo di diminuire lo stress, ma risulta fondamentale anche l'integrazione di una terapia psicologica per capire il disagio profondo che si nasconde dietro l'autolesionismo. Raramente è richiesto il ricovero ospedaliero, se non nei casi più gravi dove sono necessarie continue somministrazioni di farmaci. L'autolesionista non è un pazzo, non è uno sciocco, non è un violento verso gli altri, non è un immaturo. L'autolesionista è semplicemente una persona che cerca giustamente di scaricare lo stress, avendo trovato un modo errato per farlo.
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