Notti sotto le stelle

Povertà, intolleranza e disagio ora abitano sotto casa nostra

di Lorenzo Pupi

Non li vede nessuno finché non si incontrano sotto casa, sotto un porticato, per strada, sulle panchine, in case abbandonate o nei parchi pubblici.

Non li vede nessuno perché non rappresentano nessuno, sono fuori dalla società, ma ne fanno parte. I “senza dimora” sono spesso giovani stranieri senza documenti, emarginati, esclusi a vario titolo da relazioni sociali e lavorative. Questa condizione per la legge e lo Stato sembra corrispondere a non avere né obblighi, né diritti. Possono stare ovunque, ma in realtà da nessuna parte, non possono essere curati se non per casi di emergenza, non trovano un lavoro, non studiano, non hanno un riparo o un alloggio, non possono lavarsi e spesso non possono nemmeno comunicare tutte queste esigenze perché il loro interlocutore non sempre è presente, o non li ascolta.

Questo è la situazione che vive ormai da giugno un giovane ragazzo egiziano, profugo, clandestino, immigrato, chiamatelo ed etichettatelo come meglio ritenete, fatto è che non ha i documenti, non parla altro che dialetto arabo e ha trovato rifugio davanti alla nostra sede in Via Gramsci, Trento sud. Probabilmente è arrivato ad inizio estate non si sa come né perché. È da solo, non conosce altri connazionali, non sa dove rifugiarsi e a chi rivolgersi, vuole solo andare in Germania, dove sembra abbia dei contatti. Vive per strada, usa spazi privati e pubblici per nascondere i suoi pochi averi e vestiti, dorme dove capita e cerca di sopravvivere come può.

Pare che il giovane dopo aver visitato alcuni “luoghi del disagio” e del degrado della città, tra Trento nord e sud, ha deciso insieme ad un altro connazionale che il quartiere della Clarina, era il luogo giusto. Gli androni e i porticati delle case Itea sembrano garantire spazio ed essere un luogo tranquillo. A pochi passi da dove ripone giornalmente le sue cose c’è anche una sede degli Ambulatori pubblici e alcune sedi di cooperative di assistenza e associazioni culturali.

Il ragazzo la mattina presto sposta le sue cose in una serie di spazi coperti in cui si ripara anche durante la notte. La gente del condominio mormora, è infastidita da questa situazione, si sente abbandonata. Qualcuno fa quello che può dimostrando umanità e comprensione verso quella condizione di estrema povertà, regalando un po’ di cibo, medicine e qualche vestito in più. Ma sono gesti tampone che non risolvono di certo la situazione. Cresce così una paura incondizionata tra i concittadini che alimenta solo intolleranza e disprezzo, sintomo di una società sempre più gelosa degli spazi e meno propensa all’aiuto reciproco.

Questa vicenda rappresenta non solo una mancanza di inclusione che parte dal basso, da uno dei tanti quartieri periferici della città, ma nasconde un problema più ampio che l’amministrazione non può non prendere in seria considerazione: l’accoglienza è un valore fondamentale a prescindere da nazionalità e status sociale.

L’inverno è intanto alle porte e le persone senza dimora dovranno trovare il modo per sopravvivere, affidandosi ai centri di accoglienza per senza tetto, alle organizzazioni di volontariato, a rifugi di fortuna o alla comprensione del singolo cittadino, in attesa di risposte concrete.