Disabilità e Società: sono ancora molti i traguardi da raggiungere verso una reale parità

“Niente più vergogna e paura di sporcarsi conoscendo le nefandezze della parte della mela poco attraente...”

di Paola Maria Bevilacqua

La valutazione relativa alla disabilità ed alle sue problematiche può essere fatta da chi si occupa professionalmente del mondo disabile come operatore, ma anche da chi, normodotato o disabile, manifesti un minimo di sensibilità verso i propri simili.

La prima nota che salta all’occhio dell’osservatore è la condizione di svantaggio in cui ci troviamo noi che abbiamo un handicap dalla nascita, per una malattia o per un incidente. Se ci soffermiamo semplicemente sull’etimologia del termine “handicap” vediamo che già di per sé partiamo svantaggiati. Nell’evoluzione del mondo societario sono stati fatti dei passi in avanti a partire dalla inutile e sterile trasformazione della parola handicap: evolutasi in “diversamente abile” ma diversamente abile da che? Chi mi dice cosa sia abile e corretto? A mio parere il fatto che più individui camminino con una data postura non vuol dire che loro siano abili e altri no. L’utilizzo della moderna glottologia del suffisso dis- sta ad indicare mancante di qualcosa, già di per se ci condanna ad essere svantaggiati.

Non è importante come ci chiamano ma come ci trattano... siete d’accordo? Ognuno di noi abile o disabile porta con se un mondo fatto di emozioni, di sentimenti, di rapporti parentali, di professionalità di sogni e di speranze. Speranze che spesso vengono disattese in questa società biecamente consumistica e ostinatamente, patinatamente finta.

Stereotipi di bellezza e di magrezza, stereotipi di griffe ondulanti su passerelle che offrono improbabili esempi da seguire per la gente comune che vive, va al mercato, entra ed esce dalla banca e si reca dal panettiere.

Disabile e società? Due termini in antitesi, antesignani rispetto a questo credo comune. Spesso ci si dimentica, chiusi nel nostro mondo perfetto o perlomeno perfettibile, che a volte si può creare un mondo migliore e quindi una società più vivibile per le “due parti della mela” solo attraverso la conoscenza e l’accettazione incondizionata l’una dell’altra.

Non più vergogna e paura di sporcarsi conoscendo le nefandezze della parte della mela poco attraente. Non più vergogna e paura di conoscere e svelare chi è diverso da noi. Disabile è vita, disabile è normalità.

La condizione mentale aprioristica che erge muri su chi non si conforma alle regole societarie deve essere abbattuto, questa è l’unica considerazione che può arricchire la nostra moderna società. Esseri umani, mondi paralleli sempre e comunque, situazioni di coesistenza e di rispetto, tutti uguali e nessuno uguale, tutti perfetti e nessuno perfetto.

Cominciamo la vedere la disabilità per ciò che è: una situazione condivisa da una moltitudine di persone silenti e ben educate, non mi sembra di ricordare che mai un gruppo di disabili abbia provocato tumulti o abbia aggredito per la strada dei propri simili solo per il piacere di trascorrere una serata diversa, un po’ annoiati dalla normale routine della vita.

Disabile è silenzio, disabile è maturità di fronte ad una condizione tremendamente dolorosa e decorosamente vissuta. Disabile è “fatica di vivere” ma è anche maturità nell’affrontarla a testa alta. Ricordate quanti disabili si sono suicidati? Siamo forti ed a volte non sappiamo nemmeno di esserlo.

Dal principio di non discriminazione sancito dal trattato di Amsterdam all’13, dovremmo tentare di ripartire facendo un salto di qualità. Nuove politiche sociali, nuove iniziative volte a migliorare la nostra vita socio-culturale-esistenziale; se poi questo moderno ed evoluto trattato dovesse restare lettera morta, come le nostre pensioni, allora continuiamo a vivere come abbiamo sempre fatto sapendo però che l’altra parte della mela poco ci sopporta.

La “Città dei sogni” di Hobbes in effetti è rimasta lettera morta per i normodotati, figuriamoci per noi disabili.