“L’economia è una menzogna, come mi sono accorto che il mondo si stava scavando la fossa”

Riflessioni sulla teoria della decrescita di Serge Latouche

di Lorenzo Pupi

Il contesto è quello della quarta edizione del Trentino Book festival TBT 2015, tenutosi nella splendida cornice del comune di Caldonazzo in Provincia di Trento, che quest’anno ha deciso di dare anche un taglio dedicato alla sostenibilità invitando il massimo esperto ed esponente contemporaneo del movimento per la decrescita Serge Latouche: “L’alternativa a quella economica esiste, ma bisogna cambiare prospettiva rispetto al modello del capitalismo e dal consumismo sfrenato”.

Sono le 18.30 passate, in un palazzetto dello sport gremito di persone, quando arriva Serge Latouche per presentare il suo ultimo libro: “L’economia è una menzogna, come mi sono accorto che il mondo si stava scavando la fossa”. Edito da Bollati Boringhieri nel 2014, è il frutto di un intelligente intreccio tra tre diverse interviste rilasciate dall’autore a cavallo tra il 2010 e 2013 in Italia e Francia.

Con eleganza e senso critico l’autore racconta il suo percorso di consapevolezza verso la necessità di un mondo più giusto in cui i valori contemporanei del consumo e dello spreco vengano superati per lasciare spazio a modelli alternativi. Scompaiono i concetti di sviluppo senza fine e massimizzazione del profitto col ripensamento del modello economico occidentale. Questa genesi, rappresenta per Latouche l’unica via di salvezza per non cadere tutti nel baratro dell’opulenza, che porta irrimediabilmente al depauperamento delle risorse terrestri.

Nonostante un percorso accademico dedicato al diritto nella sua definizione a indirizzo economo, l’autore matura al contempo un’interesse per la sociologia e l’antropologia che lo porteranno a lavorare come cooperante in Africa e nel Sud Est Asiatico. L’esperienze del Congo e del Laos rappresentano per lui un profondo cambiamento nell’approccio alla società nel suo complesso. Al di là e ancor prima dei problemi economici, si intravedono questioni più urgenti che legano indissolubilmente il mondo umano al contesto ambientale. Fino agli anni ‘60 la scienza economica era considerata una sottocategoria del diritto, al punto che in Europa se volevi studiare quella che oggi si definisce Economia, ti dovevi iscrivere alla facoltà di Diritto e seguire un corso specifico. Questa curiosità, è riportata nel libro dall’autore per far notare che sono passati relativamente pochi decenni, dal ‘68, anno in cui viene istituito il primo corso di laurea tutto dedicato alle Scienze Economiche. Ci racconta di come l’economia sia passata dagli Istituti finanziari alle aule universitarie con estrema facilità e da lì nella vita odierna di tutti. La sua legittimazione come unico strumento di gestione delle risorse su scala globale la eleva a Dio ex macchina del mondo contemporaneo. Oltre a questa visione di fondo, Latouche ci racconta dell’attuale “neocolonizzazione” che i paesi del Terzo Mondo stanno subendo da parte dell’Occidente. Una delle smentite più grandi subite dagli economisti e analisti finanziari, è stata l’incapacità di prevedere il limite delle risorse materiali e finanziarie del nostro pianeta e della nostra società. Questo rappresenta il grande tema trattato nella sua teoria che lui definisce “a-economia”, la sua negazione per immaginare un mondo davvero sostenibile. Leggendo altre sue opere si intuisce vividamente l’astio maturato verso ciò che lui definisce un falso mito moderno: quello dello “sviluppo sostenibile”. Una menzogna che mira a lasciare le cose come stanno, dandogli solamente una veste di sostenibilità che non può coesistere con l’idea di sviluppo. “Sviluppare la sostenibilità,...”, suggerisce l’autore, è il principio che deve ispirare. Non ci può essere sostenibilità se l’idea di sviluppo non cambia. Le persone sono sempre più lontane dal loro luogo di origine e ricercano la loro pulsione verso la socialità nelle grandi distese di cemento strade e case, quelle megalopoli senza inizio e senza fine in cui c’è tutto ciò di cui necessitiamo. Forse nell’idea dell’autore queste grandi città devono sempre più assomigliare a delle foreste, tornare allo stato naturale in maniera consapevole.

Gestire le risorse distribuendole secondo equità, abolire lo spreco, riportare la moneta a livello locale attraverso un credito cooperativo e un microcredito che conoscano i luoghi in cui gli si chiede di investire, rappresentano solo alcune delle suggestioni riportate in questo scritto. Ciò che si deve correggere è il modello economico, attraverso un approccio nuovo che recuperi saperi e tradizioni in un’ottica di stretta collaborazione con la natura. Il libro, controverso per certi aspetti, regala certamente spunti di riflessione e azione per recuperare del senso civico o almeno di responsabilità verso la realtà ambientale e sociale a cui siamo indissolubilmente legati.