Veleni in paradiso

La parte peggiore del Trentino raccontato in un docufilm presso il cinema Astra a Trento

di Lorenzo Pupi

I giornalisti d’inchiesta Andrea Tomasi e Jacopo Valenti, dopo il successo del loro libro «La farfalla avvelenata» sulla gestione dei rifiuti industriali in Trentino, sono tornati per mettere in luce una situazione ambientale complessa e ancora poco trasparente che coinvolge direttamente il territorio e la cittadinanza.

Questa volta preferiscono divulgare la vicenda con il docufilm, dal titolo evocativo: “Veleni in Paradiso”. La proiezione è andata in scena prima di Natale presso il cinema Astra a Trento, in una sala affollata che ha saputo dare il giusto valore ad una auto-produzione frutto di un lavoro collettivo. Il film dura circa un’ora e racconta, attraverso le parole dei cittadini, comitati ed esperti, un Trentino poco conosciuto e trascurato: quello che ha ospitato e ospita veleni, pesticidi e rifiuti industriali dagli anni ‘70 ad oggi.

L’inchiesta si prefigge di disegnare una mappa geografica che descrive le criticità ambientali di due zone “rosse”: la Valsugana e l’industria delle mele in Valle di Non.

Nel documentario si parla della Cava di Monte Zaccon, a Roncegno Valsugana, riempita negli anni di rifiuti di scarto provenienti dalla famosa acciaieria di Borgo Valsugana, polpa, carta e cartone, fanghi di cartiera, rifiuti prodotti da trattamenti chimici e fisici di minerali non metalliferi, terreni con idrocarburi. Stando ai dati riportati nell’inchiesta, delle 419.852 tonnellate di rifiuti smaltiti a Monte Zaccon tra il 2007 e il 2008, solo il 6,6% era conforme ai limiti di legge.

Ma le incongruenze riguardano anche siti incredibilmente vicini all’abitato urbano di Trento, un esempio ne è la Cava di Sardagna. Un ex sito di estrazione e lavorazione di materiale edile destinato a ripristino ambientale. Secondo i periti, al quantitativo complessivo di almeno 177.273 tonnellate scaricate nel periodo 2007-2008, si aggiungono 108.499 tonnellate degli anni precedenti fino al 2006 per un totale di 285.772 tonnellate di rifiuti che vanno considerati contaminati.

Nel reportage sono riportate anche le inchieste del Nipaf del Nucleo Forestale coordinate dalla procura di Trento, tra le quali, per citarne alcune: “Tridentum” (una condanna e sette patteggiamenti) l’indagine “madre” sulle discariche di Sardagna e di Monte Zaccon a Roncegno; “Fumo negli occhi”, inchiesta sulle emissioni oltre i limiti di legge dai camini dell’Acciaieria Valsugana, a Borgo: emissioni di diossine in concentrazioni mille volte superiori a quelle stabilite dal decreto ministeriale del 31 gennaio 2005. Gli ex vertici dello stabilimento pagano 57mila euro di ammenda. Nessun risarcimento, invece, per le parti civili che vivono, lavorano o studiano vicino a Borgo; “Ecoterra”, (due patteggiamenti) riguarda lo sversamento di terreni mescolati con scorie di acciaieria macinate in bonifiche agrarie e altre zone della Valsugana.

Ma il lavoro dei due giornalisti d’inchiesta è voluto andare oltre a quanto già emerso nella precedente ricerca, riportando dati ambientali che riguardano l’industria delle mele in Val di Non. Ecco allora che il titolo del film “Veleni in Paradiso”, non è un caso e i dati raccolti parlerebbero da soli: il confronto tra il consumo di pesticidi per ettaro di superficie agricola utilizzata a Trento è pari al 24,5 nel 2003 - 31,4 nel 2011, quando la media nazionale si attesta su valori pari a 12,0 nel 2003 - 10,8 nel 2011; i dati Istat sul consumo di “prodotti fitosanitari” indicano inoltre che il consumo annuo in Trentino, di soli fungicidi, utilizzati per mele, vigneti e piccoli frutti è pari a 1400 tonnellate. Questo significa, stando sempre a fonti Istat del 2014, che vi è una presenza costante di 53,92 kg di principi attivi per ettaro ogni anno. La media italiana è di 10 kg l’anno quando in Val di Non secondo il Comitato per il diritto alla salute, si raggiungono i 90 kg/ettaro ogni anno.

Secondo invece l’indagine “Pesticidi nel piatto”, relazione annuale di Legambiente, le mele con più residui sarebbero quelle di Bolzano e di Trento. Il rapporto 2011 riferisce che in media in Italia il 46% delle mele analizzate presenta residui di più pesticidi. Il record è di Bolzano con l’88%, mentre in Trentino ci si attesta al 67%. In altre regioni alpine dove si coltivano mele le percentuali sono nettamente più basse e scendono al 38% in Piemonte e al 20% in Lombardia, Veneto e Valle d’Aosta. Questi sono i dati riportati nell’inchiesta e nel docufilm, e anche se non devono portare ad un incontrollato allarmismo, dovrebbero almeno aprire un dibattito serio ed argomentato in seno all’opinione pubblica.

Se è vero che siamo ciò che mangiamo, beviamo e respiriamo, è interesse del singolo cittadino attivarsi con i propri mezzi, per informarsi e divulgare. Affinché questo tema, che implica il bilanciamento di numerosi diritti,come salute e ambiente in primis, ma anche tutela dei posti di lavoro nelle aree eventualmente sottoposte a riqualifica e ripristino ambientale, sia costantemente sotto la lente di ingrandimento della collettività. È un’occasione importante e fondamentale quella che propongono i due Giornalisti e tutti quelli che hanno contribuito alla ricerca. Forse ci hanno regalato un’occasione per decidere non solo che futuro vogliamo lasciare alle nuove generazioni, ma anche un’occasione di riscatto per un presente trascurato. Un senso di giustizia, trasparenza ed equità che dovrebbe responsabilizzarci tutti, nessuno escluso.