Reddito minimo garantito?

Tra utopia e tutela dei diritti un’interessante proposta di azione nasce in seno al gruppo di lavoro “Sbilanciamoci 2015 “

di Lorenzo Pupi

Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace, l’ambiente? La contromanovra del gruppo di lavoro “Sbilanciamoci 2015” rappresenta un esercizio di democrazia dal basso frutto di un lavoro collettivo che abbraccia diversi temi social e le rispettive competenze. Le proposte avanzate sono il frutto collettivo del lavoro di molte persone che appartengono a 46 organizzazioni diverse tra cui Libera, WWF, Unione Studenti, Cnca, Altraeconomia, Antigone, Reorient, Arci, FISH e molte altre, che si confrontano ogni giorno con i danni e i disagi provocati dalle scelte economiche dell’Europa e dell’Italia, che continuano a privilegiare gli interessi di pochi ai danni dei diritti della maggioranza. Secondo il gruppo di lavoro è la democrazia la prima vittima dell’Europa monetaria, che condiziona con le sue azioni, i tempi e le procedure di scelte che influenzano la nostra vita senza consentirci di partecipare. Seguire questa direzioni implica dare soluzioni attuabili e sostenibili. Tra quelle che ci hanno colpito di più vogliamo riportare la sperimentazione del reddito minimo garantito.

Quello che forse manca è una politica e un mercato capaci di andare in questa direzione. Di certo investire sulle persone e sul benessere potrebbe rappresentare un’occasione di riscatto sociale e di investimento per un futuro, in cui la forbice tra le disuguaglianze è sempre più ampia. È difficile porsi all’esterno del sistema economico e provare a ridisegnare strade alternative, che vedano la tutela dei diritti umani e ambientali come un investimento primario sul welfare e un’occasione di crescita.

La sperimentazione del reddito minimo garantito e il rapporto in oggetto, nasce in concomitanza di una crisi economica pesante. Da un lato vi è l’urgenza di aumentare l’occupazione e alzare i salari, dall’altra è necessario riflettere su quali siano le forme istituzionali più adeguate a garantire ai lavoratori disoccupati, inoccupati, precari e inattivi una prospettiva di reddito e condizioni di esistenza dignitose, anche in presenza di una discontinuità lavorativa.

Stando a quanto affermato nello studio, il nostro sistema di welfare è, per frammentarietà e categoricità dell’intervento, del tutto insoddisfacente nell’offrire tutele adeguate ai soggetti più esposti ai rischi di esclusione sociale, espulsi dal mercato del lavoro o che non riescono ad entrarvi.

Il reddito di cittadinanza e il reddito minimo garantito, sembrano essere concepiti per essere coerenti con il mercato del lavoro attuale e per contrastare la pauperizzazione crescente nella società. Il reddito di cittadinanza consiste nel garantire un reddito incondizionato e universale a tutti i residenti. I suoi pregi consistono nella capacità di ridurre rapidamente le disuguaglianze redistribuendo la ricchezza. In questo scenario vi sarebbe una condivisione da parte della società, come dividendo sociale, dei benefici della produttività del lavoro, oggi esclusivamente appropriata dal profitto.

Invece i limiti risiedono nei costi elevati, nella necessità di ridisegnare tutto il sistema di protezione sociale e nella ricerca di un sostegno politico oggi assai limitato.

I costi del reddito di cittadinanza sono elevati, sia per la connessa diminuzione delle entrate fiscali sia per l’ampiezza della popolazione che ne beneficerebbe come contributo pubblico. Prendendo come riferimento i dati delle dichiarazioni fiscali dei redditi 2011, si stima che la platea potenziale dei beneficiari del salario di cittadinanza a carico dello Stato sarebbero, nell’ipotesi di 500 euro mensili, circa 25-27 milioni di persone: 20 milioni che non hanno redditi, 2,2 milioni con redditi fra 0 e 1000 euro l’anno e la metà degli individui con un reddito fra 1000 e 6000 euro l’anno per un costo lordo di circa 150 miliardi di euro oltre a circa 600 milioni di minori introiti fiscali.

A questo ammontare andrebbero sottratti i minori oneri per il sussidio di disoccupazione, per la cassa integrazione e per le altre agevolazioni previste dal sistema di welfare, con un costo netto di 120-130 miliardi di euro.

L’introduzione del reddito minimo garantito sarebbe finalizzata a ridurre la povertà nei periodi di disoccupazione e ricadrebbe interamente nella sfera del welfare. Dovrebbe trattarsi di un beneficio per gli individui in cerca di occupazione, sia i disoccupati che gli “occupabili”, per un periodo temporale definito e condizionato dall’effettiva attività di ricerca lavorativa.

Il reddito minimo garantito, nel caso di una prima sperimentazione, potrebbe essere erogato solo agli individui in famiglie che si ritrovano nella condizione di povertà assoluta, ovvero con una capacità di spesa mensile inferiore a un paniere di beni di “sussistenza” e che sono in cerca di occupazione. Questo si traduce in termini monetari in un intervento di circa 4 miliardi di euro a beneficio di circa 764 mila persone. Estendere il reddito minimo garantito alle persone in cerca di occupazione, con l’esclusione dei soggetti inattivi sul mercato del lavoro, ne porterebbe l’impegno a oltre 13,5 miliardi di euro. Nell’ipotesi più ampia, stando ai dati emersi dall’indagine, il reddito minimo garantito si rivolgerebbe a una popolazione di circa 6 milioni di individui, di cui 3 milioni di disoccupati e 3 milioni di inattivi in cerca di lavoro, non considerando i 3 milioni di scoraggiati e richiederebbe, nell’ipotesi di un reddito minimo di 500 euro mensili, circa 36 miliardi lordi annuali.

All’atto pratico il discorso va calato nello scenario attuale italiano. Il finanziamento del reddito di cittadinanza richiederebbe la rivisitazione dell’intero sistema delle politiche del lavoro, sociali e fiscali e un investimento ingente, improbabile nell’attuale contesto economico e politico. “Sbilanciamoci 2015!” propone quindi la sperimentazione dell’introduzione di un reddito minimo garantito di 500 euro per restituire dignità e assicurare un livello minimo di sopravvivenza a circa 764 mila persone che si trovano in condizioni di povertà assoluta e che sono in cerca di un’occupazione.

Tutto questo rappresenterebbe certamente un grande passo nella redistribuzione delle risorse monetarie e nell’investimento sulla persona, a patto però che non si tramuti nell’ennesimo sistema assistenziale che nel lungo periodo potrebbe rappresentare un pozzo senza fondo. Bisogna tendere ad un modello che incentivi invece l’autonomia e l’autodeterminazione della persona, in modo tale che il reddito minimo garantito sia un volano per contribuire allo sviluppo e crescita di una società più equa.