“Amnesty International” chiede l’abolizione della pena di morte

La pena di morte per persone con disabilità è ancora una realtà negli Stati Uniti, Giappone e Pakistan

di Lorenzo Pupi

Articolo 15 “Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità”

Diritto di non essere sottoposto a tortura, a pene o a trattamenti crudeli, inumani o degradanti:

1. Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. In particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il proprio libero consenso, a sperimentazioni mediche o scientifiche.

2. Gli Stati Parti adottano tutte le misure legislative, amministrative, giudiziarie o di altra natura idonee ad impedire che persone con disabilità, su base di uguaglianza con gli altri, siano sottoposte a tortura, a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti.

Dal 2003, ogni 10 ottobre, la Coalizione mondiale contro la pena di morte invita le Ong, le reti, gli attivisti e le organizzazioni abolizioniste in tutto il mondo a mobilitarsi contro questa pratica crudele e disumana.

In occasione della XII Giornata mondiale contro la pena di morte del 10 ottobre scorso, Amnesty International ha denunciato che gli stati continuano a mettere a morte persone con disabilità mentale e intellettiva, in evidente violazione degli standard internazionali. L’organizzazione per i diritti umani ha documentato casi di persone con tali forme di disabilità condannate o già messe a morte in paesi come Giappone, Pakistan e Stati Uniti. Se essi non riformeranno i loro sistemi di giustizia penale, molte altre persone rischieranno l’esecuzione. “Gli standard internazionali sulla disabilità mentale e intellettiva sono importanti salvaguardie a tutela di persone vulnerabili: non hanno lo scopo di giustificare crimini orrendi ma stabiliscono dei criteri in base ai quali la pena di morte può essere o meno inflitta” ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International. “Siamo contrari alla pena di morte in ogni circostanza - ha aggiunto Gaughran -, in quanto è l’estrema punizione crudele, disumana e degradante. Ma nei paesi che ancora ne fanno uso, gli standard internazionali, compresi quelli che la vietano nei confronti di determinate categorie di persone vulnerabili, devono essere rispettati, in vista dell’abolizione definitiva”. Tali linee guida stabiliscono che le persone che soffrono di disabilità mentale e intellettiva non devono subire questa sanzione estrema. Tuttavia, in molti casi, tale condizione non viene accertata durante il procedimento penale.”

Ad oggi, in molte parti del mondo, una cosa è certa: le persone con disabilità mentale e intellettiva continuano ad essere messe a morte, in evidente violazione di questi standard che stabiliscono che le persone che soffrono di disturbi mentali e intellettivi non devono subire questa sanzione estrema.

Tuttavia, in molti casi tale condizione non viene accertata durante il procedimento penale. Gli standard internazionali sulla disabilità mentale e intellettiva sono importanti salvaguardie a tutela di persone vulnerabili: non hanno lo scopo di giustificare crimini orrendi ma stabiliscono dei criteri in base ai quali la pena di morte può essere o meno inflitta. La pena di morte viola il diritto alla vita, è irrevocabile e può essere inflitta a innocenti. Non ha effetto deterrente e il suo uso sproporzionato contro i deboli ed emarginati è sinonimo di discriminazione e repressione. Nei paesi che ancora ne fanno uso, compresi quelli che la vietano nei confronti di determinate categorie di persone vulnerabili, devono rispettare gli standard internazionali, in vista dell’abolizione definitiva. Tali Nazioni devono inoltre assicurare che vi siano risorse per svolgere valutazioni indipendenti e rigorose su chiunque rischi la pena di morte, dal momento in cui viene incriminato fino alla fase successiva alla sentenza. In Giappone ad esempio, molti prigionieri che soffrono di malattie mentali sono stati già impiccati, altri rimangono nel braccio della morte. È il caso di Hakamada Iwao, 78 anni, condannato a morte per omicidio nel 1968 al termine di un processo iniquo, è la persona che ha trascorso il più lungo periodo di tempo nel braccio della morte, 45 anni. Durante decenni di isolamento completo, ha sviluppato numerosi e gravi problemi di salute mentale. È stato rilasciato provvisoriamente nel marzo 2014 in vista di un possibile nuovo processo.