Ma esiste il regalo “giusto”?

L’angolo del Filosofo

di Sara Caon

Regali, questo mese voglio parlare di regali. In realtà, forse, volendone parlare parto già con il piede sbagliato: c’è infatti chi dice che all’atto del “donare” non si può né si deve aggiunger nulla, poiché chiude ogni discorso ed interrompe ogni discussione. Ma a me non importa: se anche di sbaglio si trattasse, mi aggiungerebbe un grammo di saggezza in più, come dice il nonno di Russell Crowe nel film “Un’ottima annata”: «Un uomo non impara niente quando vince. Perdere invece porta a più saggezza. Il nocciolo è che è più gradevole vincere».

 Il fatto è che a me ricevere regali non piace, preferisco farli. Sono anche convinta di appartenere a quella categoria di persone che i regali non li sanno ricevere, ma li sanno fare e sono anzi maggiormente appagate dal farli che dal riceverli. Io provo davvero un autentico piacere a cercare il regalo “giusto”, ad impacchettarlo, decorarlo, rifinirlo, allegarci un bigliettino scritto a mano, infilarlo in un sacchettino di carta colorata con un bel fiocco, pronto per essere donato: è un procedimento che mi estasia, ed è per me di grande importanza. Al tempo stesso, però, per poter rendere in qualche modo completo il piacere che provo, sento il bisogno che il mio regalo venga ricevuto. È infatti nella misura - e nel modo - in cui il mio regalo è ricevuto dalla persona cui lo dono che io, di contro, mi sento “bene”. Come quando chiamiamo qualcuno al telefono: ci viene in mente una persona che non sentiamo da tanto tempo e diciamo: “Oh, potrei telefonarle!”. Prendiamo dunque il telefono, la chiamiamo e rimaniamo in attesa. Ora, in quell’attesa siamo come sospesi: solo se la persona che abbiamo chiamato risponderà, la nostra chiamata avrà avuto un senso. Se invece non risponderà, la nostra chiamata non si sarà “fatta sentire” perché, senza risposta, sarà inutile. In tutto ciò, esiste un fatto da non trascurare: un regalo, secondo me, dev’essere inatteso. Se l’altro “se lo aspetta”, il mio dono non ha più senso: è come se la risposta avesse occupato il posto della chiamata. Chi chiamerebbe più, poi?