A scuola di libertà

I ragazzi si confrontano con la realtà carceraria

di Giulio Thiella

È stata proposta con successo anche quest’anno l’iniziativa “A scuola di libertà” istituita per la prima volta il 15 novembre 2013 dalla Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia con il Patrocinio del Ministero della Giustizia e del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria.

Il progetto di sensibilizzazione ha lo scopo di far conoscere ai ragazzi delle scuole superiori di tutta Italia la realtà carceraria attraverso le testimonianze di volontari, operatori e di chi ha vissuto questa esperienza in prima persona.

In Trentino Alto-Adige l’iniziativa è stata resa possibile dalla Conferenza Regionale Volontariato e Giustizia ed è stata ampiamente appoggiata da diverse associazioni delle due Province; già l’anno scorso l’impegno venne premiato dal grande successo riscosso, con decine di volontari coinvolti e numerose scuole aderenti. Le associazioni che quest’anno hanno dato il loro contributo nelle scuole sono Odós di Bolzano, la cooperativa Punto d’Incontro, ATAS Onlus, APAS, l’associazione AMA, il convento dei frati Francescani di Cles, Caritas di Trento, la Cooperativa Girasole di Rovereto e Avvocati per la Solidarietà di Trento e Rovereto.

La prima Giornata Nazionale aveva lo scopo di introdurre il tema della privazione della libertà, facendo aprire gli occhi ai giovani sui temi più sensibili riguardanti la detenzione, una situazione che migliaia di persone devono affrontare sulla loro pelle ogni anno. Questa realtà, che spesso viene strumentalizzata dai media e presentata come estranea, come un mondo a parte del quale non interessarsi, rischia di diventare un angolo buio della nostra società, ed è quindi molto importante far capire ai ragazzi che chi deve trascorrere un periodo dietro le sbarre è solo una persona che ha commesso degli sbagli, e quando avrà scontato la sua pena tornerà a far parte di quella società che l’ha escluso, rifiutato e imprigionato.

Il tema affrontato quest’anno insieme agli studenti è stato quello della riconciliazione tra l’autore e la vittima, un modo per riparare ai danni prodotti dal reato attraverso l’incontro e la mediazione tra le parti. È necessario far loro capire che rispondere ad un reato non vuol dire vendicarsi, ma risolvere la situazione negativa prodotta da quel gesto, riparare alle sue conseguenze, e fare in modo che coloro i quali lo hanno commesso possano imparare dai loro errori.

Molto importanti sono anche le letture che vengono svolte dai volontari durante gli incontri nelle scuole; dai fatti di cronaca alle testimonianze dirette di autori e vittime, fino agli articoli della Costituzione. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” sancisce il comma 3 dell’art 27, concetto sfuggente che non sembra purtroppo avere sempre riscontro nella realtà moderna, come dimostrano i dati poco confortanti sul tasso di recidiva, che indicano il carcere come una perfetta scuola del crimine, dove quasi l’80% di chi vi mette piede, in breve tempo, vi farà ritorno. Questo è dovuto soprattutto al fatto che chi è stato in prigione, una volta uscito, si troverà di fronte una realtà che tende a voltargli le spalle, lasciandolo di nuovo solo e con poche alternative al reato.

Il messaggio che si vuole trasmettere con questa iniziativa è quindi anche quello della necessità di ricorrere a pene meno degradanti ed estranianti, che permettano all’autore del reato di rimediare ai suoi sbagli ed essere in questo modo incluso nuovamente nel tessuto sociale. È importante quindi che i ragazzi conoscano la realtà delle misure alternative alla detenzione, strumenti che servono a punire in maniera costruttiva e che consente al reo di seguire un percorso di riabilitazione più efficace, con un aumento significativo delle probabilità di reinserimento sociale e lavorativo.

Alcuni, ignorando queste misure, credono sia giusto punire con il carcere qualunque reato, mentre la pena detentiva dovrebbe essere presa in considerazione solo come extrema ratio nel diritto penale, e non come pena principe che tutti devono scontare. Far capire agli studenti che rispondere ad un reato non significa vendicarsi di quel gesto, ma bensì cercare di riparare alle sue conseguenze, è di fondamentale importanza in quanto equivale a posare la prima pietra di un lungo percorso di sensibilizzazione sulle tematiche relative al carcere, sui limiti e sui difetti di questo sistema sanzionatorio.

I ragazzi trovano così l’occasione per confrontarsi e capire cosa comporti essere privati della libertà personale, rinunciare agli affetti, sentirsi esclusi e senza possibilità di rimediare ai propri errori.

Temi difficili da trattare, soprattutto se associati ad un mondo considerato distante e che non ci riguarda. Troppo spesso la strumentalizzazione mediatica porta l’opinione pubblica a diventare insofferente su alcune tematiche e a considerare giuste punizioni esemplari per rispondere ad alcuni reati, pensando siano misure che riguardano sempre gli altri e mai noi in prima persona.

È invece importante responsabilizzare gli studenti per far loro comprendere quanto sia facile, soprattutto in giovane età, compiere incoscientemente delle azioni che possono avere conseguenze anche gravi dal punto di vista legale, fare in modo che riconoscano il sottile limite che separa la trasgressione dall’illegalità e che sviluppino quindi un senso critico sulla realtà penitenziaria.

Anche quest’anno “A scuola di libertà” ha coinvolto più di cento istituti superiori, raggiungendo quasi 10 mila studenti. Questo è stato reso possibile dall’organizzazione e dall’affiatamento che le diverse realtà associative del territorio hanno dimostrato nella preparazione e nel coordinamento di questa importante iniziativa.