Arrampicare oltre gli ostacoli si può

Tutto sta nel cercare il limite oltre le diversità

di Lorenzo Pupi

Di solito si arrampica in due, uno sale in parete e l’altro assicura con la corda. È una disciplina semplice nella sua forma e per molti, arrampicare rappresenta una spinta innata fin da piccoli.

 Un’eredità, e non c’è niente di cui vergognarsi, che appartiene ai nostri antenati primati che per costituzione e spirito di conservazione, hanno saputo adattarsi all’ambiente e ad esplorarlo non solo in orizzontale, ma anche in verticale.

Il gesto dell’arrampicarsi si tramuta presto, da questione di sopravvivenza, supremazia e controllo, a nuovo mito moderno teso alla ricerca del limite e dell’inesplorato.

Tra le vette delle Alpi, scrutando attraverso le nebbie della storia, possiamo ancora sentire l’eco delle prime grandi sfide sulla roccia. Annibale preferì aprirsi un varco nella pietra usando il potere dell’aceto caldo e della fisica. Una scelta dettata dall’opportunità e certamente meno rischiosa di una scalata libera in compagnia del suo esercito di elefanti. I soldati della prima guerra mondiale hanno invece fatto della scalata e del dominio di passi e vette, una questione di quotidiana sopravvivenza che gli ha spinti a inventare materiali e tecniche specifici. Sono gli stessi giovani che dalle viscere della roccia e sotto i bombardamenti incessanti avrebbero iniziato a maturare un rispetto profondo per la montagna e il suo fascino, tanto mortale quanto verticale.

Oggi la sfida esula da questioni di pura sopravvivenza o conquista territoriale ed il limite da superare è il “Record”. C’è chi decide di scalare cime di otto mila metri in pochi giorni, chi si arrampica in libera senza la sicurezza della corda e chi apre nuove vie di altissimo livello. Abbiamo pure classificato le difficoltà della roccia in gradi, come fosse qualcosa di univoco: dal terzo grado dedicato per i principianti, alle frontiere del nono grado, 9A+, 9B, 9C+.

Tutto questo tecnicismo ha certamente reso l’arrampicata una scienza, uno stile di vita, un dato misurabile e quantificabile in base al più bravo, al più tecnico, al più creativo. La roccia degli eletti, è di chi vi si dedica per svariati motivi, seguendo sempre il mito del niente è impossibile. Ma la montagna è al di sopra di tutto questo, le pulsioni umane mutano nel tempo e nel contesto, ma certe cose accomunano tutti: la gravità.

 È un concetto molto democratico, una legge immutabile per cui qualsiasi oggetto animato o inanimato una volta che sale prima o poi è destinato a scendere.

Il mondo dell’arrampicata è fatto anche di tante piccole sfide personali che accomunano un po’ tutti gli amanti della verticalità, dal novizio, alla campionessa mondiale di boulder. È la passione istintiva che questa disciplina può instillare in ognuno di noi.

Un sentimento che fiorisce anche in chi, nonostante una qualsiasi disabilità fisica o mentale, si cimenti per la prima volta in una palestra di arrampicata. Un ambiente protetto e sicuro in cui la persona può cominciare a salire, conoscendo il suo corpo, adattandolo presa dopo presa fino ad arrivare in cima, “in catena”. Un’impresa da record durante la quale il viso si contorce dalla fatica, i brividi corrono lungo la schiena, le articolazioni e i fasci muscolari sono bollenti, tesi. Solo la mente concentrata realizza le reali difficoltà dell’impresa, mentre si è fatti guidare su prese invisibili, ancorati con un solo braccio o trascinando parti di sé, in una salita condivisa e sofferta con il tuo compagno di corda.

L’arrampicata è di tutti e per tutti. È un patrimonio dell’umanità, forse uno dei pochi legami rimasti con le nostre origini ancestrali, capace di mescolare sensazioni, natura, rispetto dell’altro e piena fiducia nelle proprie reali capacità.

Ormai non esistano più grandi ostacoli, tutto è raggiungibile perché l’idea stessa di limite è stata già superata nel suo momento genetico. Diventa forse una ricerca fine a se stessa se si guarda all’arrampicata in termini di chi ha scalato più in alto, chi in minor tempo, chi ha avuto meno supporto o chi si è cimentato in condizioni meteorologiche più avverse. Ognuno ha il diritto di superare il proprio limite come meglio crede. Beninteso che questo non abbia conseguenze negative sul resto. Serve ripensare al concetto di sfida e superamento di se stessi oltre le edonistiche pulsioni di chi, con o senza allenamento, celebra l’ascesa del K2 o del Nanga Parbat abbracciando bombole di ossigeno e dicendo: “anche quest’anno ho superato me stesso!”.

Serve una visione più ampia ed umile che celebri il rispetto come valore fondante dell’andar per roccia: rispetto verso la natura prima di tutto, verso la montagna che ci ospita, verso gli altri, verso le diversità che ci caratterizzano e verso la più grande di tutte le variabile, noi stessi.

Seguendo questa visuale nasce forse un nuovo “mito”. Esso non rappresenta più niente di oggettivo e misurabile, ma trova soddisfazione nel piacere della scoperta e consapevolezza dei propri limiti e nella possibilità di tramutare le difficoltà della realtà in punti di appoggio per i piedi, in prese per le mani, per continuare a salire e conoscere meglio ciò che ci circonda.

 Solo iniziando questo cammino interiore l’essere animato e quello inanimato, uomo e roccia, iniziano intimamente ad avvicinarsi. È una danza sempre diversa, mai banale, in cui il record si raggiunge nel momento in cui ci si convince che arrivare in cima non è poi impossibile. Il limite non è più fine a se stesso e il risultato da celebrare è la simbiosi tra gli individui e l’ambiente, in cui l’accettazione delle diversità e la consapevolezza delle stesse, segnano l’evoluzione.