Jalalabad

Racconto vincitore del concorso “Arte & conflitto”, Associazione Culturale Differenze di Pescara

di Martina Dei Cas

“ACCELERA” grida Mike, passandosi le mani sudate tra i capelli corti.

Pietro e Caterina si sporgono dal finestrino del veicolo militare, ma sulla riva del fiume vedono solo due bambini che guidano un asino carico di sacchi alla ricerca di un guado. Lo frustano, lo accarezzano e lo incitano, ma la bestia è troppo stanca per proseguire.

“Finiranno col farsi male” si agita Caterina “dobbiamo aiutarli”

Fa per scendere, ma Pietro la ferma, indicandole la strada.

Da dietro la curva è apparso un autobus con le tendine di lana e i sonagli sul parabrezza. Sembra uno di quelli che a suon di litanie popolari e pettegolezzi di comari sono sopravvissuti agli americani e ai talebani e ancora collegano Jalalabad ai villaggi sul fiume Kunar. Eppure quella carretta nasconde qualcosa di nefasto: nessuno scende né sale. Non ci sono donne né venditori ambulanti né musica.

“È un’imboscata” sussurra l’autista e di colpo tutto è chiaro.

Mike contatta via radio il contingente americano. Sono a poche miglia, ma non arriveranno in tempo.

Pietro si morde il labbro fino a farlo sanguinare: sono in trappola. Dietro hanno il fiume, davanti l’autobus, dal quale scendono degli uomini armati, che si schierano davanti alla macchina; il più giovane, ancora imberbe, fa cenno di arrendersi.

“È solo un controllo!” grida in un pessimo inglese.

“Non scendete” ordina Mike “i vetri della macchina sono antiproiettile. Se restiamo dentro forse ci salviamo!”

“Ma noi siamo dottori” si dispera Pietro “siamo qui per curare i bambini”

Ed è una mezza verità. Caterina pensa al giorno in cui l’ha convinta che un mese di volontariato avrebbe impreziosito il loro curriculum. Per lei che ama le sfide e in Italia non ha neanche un cane di cui sentire la mancanza è stata una palla da cogliere al balzo. Da quando sono arrivati, tre settimane fa, ha affrontato più di cinquanta casi di labbro leporino ed estratto qualche dente. Con le ferite dell’anima è un vero disastro, ma nella difficile arte di rattoppare corpi nessuno può batterla.

Pietro invece è un guru dell’ortopedia che dispensa in egual misura protesi e commenti sardonici sulla cucina locale. Ha affrontato nell’arco dello stesso anno il divorzio e la promozione a primario e per metabolizzare, anziché rilassarsi in un centro benessere come le persone normali, è scappato in Afghanistan, trascinando Caterina con sé.

Desideravano disperatamente dare un senso alla propria vita ma, pur sapendo che sarebbe stata dura, non temevano di perderla.

Pietro si rammarica di non essere passato dal paese a salutare i genitori prima di partire.

Caterina piange, pensando alla sua migliore amica e a quella chiamata skype che rimanda sempre. Le sue però non sono lacrime di paura, ma di rabbia. Certo, teme di soffrire, di essere torturata, di morire sola in una terra lontana, ma ancora di più si strugge perché non potrà più assaggiare le piccole cose quotidiane che rendono grande la vita.

Siamo dottori” mormora Pietro per l’ennesima volta.

“A loro non importa” balbetta l’autista e ricomincia a salmodiare nella stessa lingua e appellandosi allo stesso Dio dei loro assalitori.

Il vento porta ai fedeli il richiamo del muezzin. Gli uomini guardano il cielo terso, poi si stringono nelle spalle e riabbassano gli occhi. Il sangue chiama sangue. Fin da piccoli hanno imparato a credere nel Paradiso e per loro è reale, come l’inferno in cui sono cresciuti.

Il ragazzo spara in aria e il desiderio di vendetta gli corrode le vene.

“Scendete” urla ancora.

Mike prova a contattare la base, ma nessuno risponde.

Pietro abbraccia Caterina. “Mi dispiace” mormora.

Poi è di nuovo silenzio.

In macchina manca l’aria.

Il soldato si fa il segno della croce ed estrae dal cruscotto una granata. Serve nell’esercito degli Stati Uniti da quando, a sedici anni, dopo averlo sorpreso a rubare per l’ennesima volta, lo sceriffo Faust Rosenberg gli disse “O la leva o il riformatorio”. Se fosse stato più attento a lezione di letteratura, avrebbe capito che da uno con quel nome non poteva venire nulla di buono, ma i se ed i ma non sono vocaboli da militari e le campane hanno già battuto l’ora dei rimpianti. Come ogni condannato a morte, anche lui ha un ultimo desiderio: quello di andarsene con un gran botto, trascinando nel baratro quanti più nemici possibili.

I talebani dal canto loro non pensano a niente. Il sole li cuoce e il vento li sferza: è il giusto prezzo della vendetta.

Un raglio improvviso però riporta tutti all’amara realtà. L’asino si è azzoppato scivolando lungo il fiume e la bimba per salvare il carico è finita in acqua. Le sue grida perforano le orecchie del commando, ma gli uomini hanno imparato dagli americani il significato del termine danni collaterali.

Caterina guarda l’asino dibattersi, come faceva il cavallo del nonno quando per andare a vedere i vigneti prendevano la scorciatoia sul torrente. A casa li aspettava la nonna, con la torta di mele. Lei ne divorava due fette, poi correva a strigliare l’amato cavallo...che già chiamarlo cavallo era un atto di lealtà!

Aveva le gambe storte ed era brutto come i debiti, ma per lei neanche le principesse delle fiabe avevano mai conosciuto bestia migliore. Quando era morto, aveva obbligato il nonno a piantare un roseto in sua memoria.

L’afgana si dibatte nel fiume, l’italiana scava nei meandri della memoria e si vergogna. Ha organizzato il funerale del cavallo, ma non del nonno. Quando se n’è andato era a Londra per un master e non è potuta tornare. I suoi genitori e la nonna hanno capito. Sono fieri di lei, della dottoressa che è diventata. E hanno ragione: è diventata una che conta, ma a che prezzo? A quante cene di famiglia ha rinunciato? Quanti amici ha perso nel cammino? Quanti rapporti umani ha distrutto brandendo l’ascia del successo?

Forse però non è troppo tardi per rimediare.

 “Voglio scendere!” grida.

“La prego” implora l’autista.

Mike le afferra il braccio, ma lei si divincola e cade sullo sterrato. Con una mano mette il velo, con l’altra toglie le scarpe e corre al fiume. Saltella cercando di schivare i ciottoli più acuminati, mentre il giovane talebano la tiene sottotiro, pensando che da dietro somiglia a sua madre. Anche lei cammina così, da quando non ha più i soldi per comprarsi le scarpe. Sta per sparare, ma il vecchio Jalal scende dall’autobus e con fare regale gli intima di fermarsi. È lui il capo, quello che decide chi vive e chi muore.

Caterina fa segno al bambino di continuare a tirare l’asino, si butta nel fiume e afferra la bimba. La trascina al sicuro, vicino al maschietto e incita entrambi a nascondersi. Poi alza le mani e torna sui suoi passi.

In lontananza si odono i cingolati americani.

Il ragazzo non vuole sparare alla donna che ha salvato la sua gente, ma ai poveri non è concesso perdere anche la reputazione.

WADREGA” ordina Jalal, grattandosi la barba “FERMATI. In fondo siamo tutti figli di Allah”

Il giovane lo guarda, sconvolto. L’ultimo che ha detto una cosa del genere è stato l’iman di Jalalabad e quelle parole gli sono costate la pensione anticipata ad opera dello stesso Jalal, che l’ha accusato di essere filoamericano e l’ha spedito in montagna.

Il vecchio fa segno ai suoi di tornare sull’autobus e riparte con loro.

Caterina cerca con lo sguardo i bimbi, ma sono scomparsi; così va alla macchina e si accascia sul sedile.

Mike sgomma verso il convoglio americano.

L’Afghanistan scorre dal finestrino, terra brulla di macerie e rancore.

E all’improvviso è troppo.

“Ferma!” urla Caterina.

Con i vestiti ancora bagnati corre al fiume e vomita.

Non sa che sull’altra riva Jalal sta facendo lo stesso.

La giovane dottoressa vorrebbe solo mangiare una pizza in compagnia e non sentir più parlare di guerra, neanche al telegiornale. Vorrebbe mettere lo smalto e tornare alla sua scrivania immacolata.

Anela a tutto questo e lo avrà, appena tornata a casa. Ma ora sa che non le basterà più, perché dopo questo terribile incontro sulla strada per Jalalabad vorrebbe che lo avessero tutti. Vorrebbe che lo avessero i bambini che ha rattoppato in città e quelli che ha salvato dal fiume, vorrebbe che lo avesse Jalal, perché un vecchio non dovrebbe spegnersi guardando la sua terra marcire. Un vecchio dovrebbe morire abbracciando i nipoti e non il kalashnikov.

Caterina lo vorrebbe con tutto il cuore e sapere che le sue sembrano solo le sciocche utopie di una ragazzina viziata la ferisce più di una lama. Il senso d’impotenza le mozza il respiro, mentre con gesti sconnessi si strappa il velo e si addentra nel fiume. Vuole ripulirsi, ma il fango la imbratta sempre di più. Perde l’equilibrio, ma due manine l’afferrano e la riportano a riva. È il bambino dell’asino.

“Madame” chiama.

“Parli inglese?”

“Sì, il nonno dice che non devo diventare come lui. Che devo studiare.”

“È una brava persona allora”

“È quello che ti voleva sparare”

Il sorriso si gela sul volto di lei.

“Jalal?”

Lui annuisce “Mi ha detto di riferirti che ora non ha più nessun debito con te”

“Cosa?”

“Sai, sul bus c’erano mio fratello e mio zio, ma erano pronti a rinunciare a me e a mia sorella per la loro guerra. Tu invece avresti dato la tua vita per noi. Il nonno ha detto che si è vergognato davanti ad Allah e che la nonna l’avrebbe preso a bastonate se tornava a casa senza i suoi nipoti preferiti.”

Caterina lo abbraccia, mentre il sole tramonta sulle montagne, nascondendo le lacrime degli uomini.

Oggi nessuno sparerà a nessuno da un lato all’altro di Jalalabad.

Oggi non ci sono soldati né guerriglieri, ma solo persone stanche di lottare.

Domani Jalal comincerà a progettare un’altra azione dimostrativa, gli americani a pattugliare il mercato e i bambini a cadere sulle mine, ma sul fiume il mondo si è fermato.

Il bimbo rimette il velo a Caterina, accarezzandole i capelli come fa con la mamma quando è triste. Poi le allunga una scatola di cartone, dov’è racchiusa una piccola lampada ad olio. “È un regalo da parte del nonno, dice che con questa luce illuminerai le tue azioni e non ti smarrirai lungo la strada della vita” spiega, mentre una strana nebbia inizia a salire. La ragazza si fruga nelle tasche e trova un fiammifero. Con deferenza accende la lampada, è sbilenca e un po’ ammaccata, ma il suo debole chiarore conferisce un tocco di magia alla squallida riva del fiume.

Caterina è così assorta nei suoi pensieri, che non si accorge dell’arrivo di Jalal.

“Esprimi un desiderio” le ordina e al contempo la supplica il vecchio “e risali subito a bordo di quella dannata jeep, perché il mondo ha bisogno di persone come te!”.

Poi prende suo nipote per mano e si allontana, non più vecchio e affranto, ma baldanzoso ed etereo come uno di quegli spiritelli misteriosi che popolano le fiabe delle Mille e Una Notte.

Un’eredità preziosa

La ricerca della verità e la narrazione sono le forme migliori di resistenza

In tempi di crisi come questi di eredità si fa un gran parlare. Ci sono quelle giacenti, quelle contese, quelle immobiliari, quelle all’estero, quelle dove il passivo è il doppio dell’attivo e poi quelle immateriali, le più preziose e difficili da conservare, intrise di valori, sudore e speranze.

Ci sono i lasciti di persone dai nomi comuni, ma niente affatto ordinarie.

Ci sono gli articoli di James e Steven, giornalisti americani decapitati dall’Isis.

E le foto di Andrea Rocchelli, morto documentando la guerra in Ucraina.

Ci sono i reportage di Simone Camilli, la cui telecamera si è spenta per sempre durante il disinnesco di una bomba nella striscia di Gaza, assieme alla vita degli artificieri che lo accompagnavano.

C’è il testamento di Olga, Lucia e Bernardetta, le tre anziane suore che avevano rinunciato a molte comodità nostrane per ricucire il cuore del Burundi.

C’è il ricordo di David, cooperante britannico scampato ai Balcani e barbaramente ucciso in un deserto mediorientale.

C’è la disperazione dei loro cari, di chi ha perso un amico, un figlio o un padre mentre faceva il proprio lavoro. Un dolore sordo, uguale a quello di chi ha dovuto dire addio al marito caduto da un’impalcatura o al fratello inghiottito da una cisterna. Un lutto privato che dovrebbe essere accompagnato dall’indignazione e dalla rabbia dell’opinione pubblica, perché queste morti non state frutto di una tragica fatalità o del destino avverso, ma della crudeltà e dell’efferatezza umana.

Credo che tutti dovremmo fermarci almeno un secondo per ricordare James, David, Olga e quelli che come loro hanno scelto di lottare con la forza dell’esempio e delle parole, nella convinzione che la narrazione e la ricerca della verità siano le forme migliori di resistenza.

I loro nomi sono stati al centro del notiziario, di qualche chiacchiera al bar e di molti di status su facebook per una manciata di giorni e ora sono pronti a cadere nel tritacarne della storia. Proprio per questo, il racconto che segue (vincitore del concorso “Arte & conflitto”, Ass.ne Culturale Differenze- Pescara) è dedicato a loro.

Martina Dei Cas