“Climb for life”

Giovanni Spitale, ci racconta come da una profonda esperienza personale, possa nascere un progetto comunicativo di sensibilizzazione per la donazione del midollo osseo.

di Lorenzo Pupi

Sono venuto a conoscenza di “Climb for life” per puro caso, al termine di una piacevole chiacchierata serale in una locanda a Primolano; posto tra il Trentino e il Veneto è un luogo di incontro, passaggio e crocevia di esperienze, sapori e di genti.

Dal racconto che mi è stato riportato ho colto subito che C.F.L. fosse qualcosa di più di un’organizzazione o un gruppo di persone, ma un’idea che nasceva da un’esperienza significativa e che univa la passione per la vita, l’arrampicata e la condivisione di esperienze. Ci vuoi raccontare meglio e direttamente con tue parole, come nasce tutto questo?

Certamente! Allora, Climb for Life nasce per uno strano miscuglio di caso e necessità. Devo raccontarti una storia, cercherò di non essere troppo prolisso.

Nell’agosto 2009, ero un giovane capo scout, stavo accompagnando un gruppo di ragazzi di 16, 17 e 18 anni lungo l’alta via numero uno delle dolomiti. Una sera, sotto la Croda del Becco, nelle dolomiti di Braies, i ragazzi hanno proposto una specie di gioco, un momento di riflessione: ognuno di noi avrebbe dovuto compilare una lista delle dieci cose che avremmo voluto fare prima di morire. Messa così sembra una cosa cupa, triste; in realtà mettersi di fronte all’idea della nostra fine, quella che Heidegger chiama “la possibilità dell’impossibilità di ogni possibilità”, riusciamo a capire meglio quali cose siano importanti sul serio, quali diano senso alla nostra vita. Il primo punto della mia lista, per esempio, era “vorrei salvare la vita a qualcuno”. Una volta tornato a casa mi sono messo a pensare a come avrei potuto realizzare tale desiderio, e l’idea migliore che ho avuto è stata quella di diventare donatore di sangue e di midollo osseo. Il sangue, beh, si sa: serve in una serie di contesti che vanno dalle emergenze alla chirurgia programmata. Il midollo osseo, invece, è la “fabbrica del sangue”, un tessuto liquido di cellule staminali, annidato nelle nostre ossa lunghe e piatte. Non è il midollo spinale, con cui spesso viene confuso, non sta nella colonna vertebrale e donarlo non comporta minimamente il rischio di restare paralizzati. Il midollo osseo si dona da vivi, e cura in via definitiva un sacco di malattie ematologiche, tra le quali la più nota, ma non l’unica è la leucemia.

La vita, però, è strana ed ironica: infatti gli esami del sangue effettuati per diventare donatore hanno avuto un esito completamente inaspettato. Non solo non avrei mai potuto donare, ma io stesso avevo bisogno di sangue e di midollo osseo. Avevo ed ho ancora una malattia ematologica che si chiama aplasia midollare idiopatica, una malattia la cui sola cura non è un farmaco, ma una persona-medicina: qualcuno che, come me, volesse donare il suo midollo osseo.

Adesso la faccio semplice, ma al tempo la conoscenza della diagnosi è stata una bella mazzata: i medici mi dissero che senza trapianto, nella migliore delle ipotesi, la mia aspettativa di vita era di dieci anni. Io ne avevo ventuno.

Ti risparmio la cronaca del ricovero, è lunga e noiosa, ed include gente senza capelli, chemioterapia, dolore e privazioni. A me piace parlare di cose belle, e questa storia non ne è priva, anzi.

Insomma, per farla breve, non è stato possibile trovare un donatore che mi desse il suo midollo osseo, perché la probabilità media che due persone siano compatibili tra di loro sono piuttosto basse: una su centomila. Nessuno dei potenziali donatori, al tempo in tutto il mondo erano attorno ai venti milioni poteva essere la mia “persona medicina”. Insomma, la terapia farmacologica a cui mi ero sottoposto non era la cura definitiva, io non avevo ancora salvato la vita a nessuno e avevo conosciuto un sacco di persone che, come me, rischiavano di morire per la mancanza del donatore. Insomma, c’era un sacco da fare.

Sono uscito dall’ospedale decisamente provato, ma quantomeno ero vivo. Allora ho iniziato a pensare che no, non avrei voluto morire a trent’anni, che avevo ancora un sacco di sogni da realizzare, di posti da vedere, di cose da fare. Dovevo cercare il mio donatore, ed allo stesso modo dovevo cercarlo per tutte le persone, conosciute e sconosciute, che vivevano una storia come la mia.

Avevo sedici anni quando ho scalato la prima volta, poi non ho più smesso. Abito in mezzo alle montagne, per me è una cosa molto naturale. Qualcosa che mi fa sentire bene, una specie di meditazione. Una delle cose più belle di quando si arrampica è il rapporto che si crea con la persona a cui ti leghi. Metti la tua vita nelle sue mani, ed hai la sua nelle tue. Uno scalatore sa per prova provata cosa vuol dire questa responsabilità, questa necessaria fiducia. Allora ho deciso che avrei parlato agli scalatori, che avrei detto loro che questa cosa del midollo osseo è come fare sicura a qualcuno, avere la sua vita nelle proprie mani. Avrei raccontato questa storia, la mia storia, condividendo il mio dolore ed il mio desiderio di non morire per salvare vite, auspicabilmente anche la mia. Così, appunto per caso e per necessità, ha preso il via tutta la faccenda. Per fortuna fin da subito ho avuto l’aiuto di un sacco di persone, da solo non avrei combinato un granché.

L’appoggio di ADMO, associazione donatori midollo osseo, rappresenta per voi un punto di riferimento indispensabile, ci vuoi raccontare come si concretizza e quali sono le azioni comuni che vi vedono cooperare insieme?

Indispensabile è dire poco! Noi, Climb for Life, non siamo nemmeno un’associazione. Siamo, a tutti gli effetti, un progetto di comunicazione di ADMO. Noi facciamo informazione tra gli scalatori, fine. Mi sento di dire che la facciamo bene, in maniera precisa, scientificamente accurata, con le parole giuste per essere eticamente desiderabile ed in modo visivamente piacevole. Ma è ADMO che gestisce tutto il ciclo dei nuovi aspiranti donatori, da quando noi li convinciamo alla auspicabile donazione. Senza ADMO il nostro lavoro non avrebbe senso.

Quando l’idea iniziava a prendere forma, come sei riuscito a coinvolgere le persone intorno a te? Quali sono state le maggiori difficoltà e quali i primi risultati del vostro impegno nella sensibilizzazione?

Sono sempre stato timido, da ragazzino. Mi vergognavo anche di chiedere l’ora agli sconosciuti. Mai parlato in pubblico, alla compagnia delle persone preferivo quella delle montagne e dei libri. Beh, indubitabilmente sono dovuto cambiare molto. Ho imparato a raccontare, a raccontarmi. Mi sono sempre detto che riuscire a farlo bene sarebbe valso a trasformare in bene il male che mi era capitato. Ho semplicemente preso la mia storia ed ho cercato di farne qualcosa di utile. Il resto viene quasi da sé: il mondo non è affatto marcio come pensiamo, ad una chiamata onesta ed accorata ogni essere umano risponde. A me hanno risposto in tanti, in primis il mio carissimo amico Pietro dal Pra, uno dei più grandi scalatori italiani. Dalle nostre chiacchiere davanti ad una birra sono uscite le prime magliette, le prime strategie, i primi progetti. Non eravamo capaci di fare nulla, non sapevano nulla di comunicazione: abbiamo dovuto studiare un casino, e ne è valsa la pena. Adesso il team di Climb for Life, oltre a me e a Pietro, comprende Enrico Comunello, webmaster, Angela Bonato, biologa molecolare e grafica, suona strano ma giuro che è così, oltre ad una ventina di testimonial, tra i quali non posso non citare Adam Ondra, il più forte arrampicatore del mondo e ad altri amici che ogni tanto ci danno una mano: le sorelle Corona, Davide Carrari, Matteo Mocellin e tanti altri.

Dalla tua esperienza personale nasce qualcosa di utile per gli altri, quando hai capito che convogliare energie, capacità e passioni in questo progetto era la cosa giusta da fare?

Credo di aver già risposto prima: fondamentalmente già quand’ero in ospedale. Non avevo nessuna possibilità di fare qualcosa di pratico per stare meglio, o per far stare meglio i miei compagni di ventura. Non fare niente, aspettare che le cose succedessero, non essere padrone del mio destino ed artefice della mia fortuna mi è sempre risultato inaccettabile, quindi mi sono messo a fare. Quando inizi a fare ti accorgi che da solo combini poco, che prima o poi ti stanchi, e capisci quanto sia indispensabile costruire una rete di persone che credano in qualcosa. Si tratta di farsi che un’idea, anziché avere un solo paio di gambe, ne abbia dieci, cento, mille.

Ti faccio a questo punto una semplice domanda dedicata a chi dei nostri lettori sente di impegnarsi in prima linea: come e dove si può donare il midollo osseo?

Beh, intanto qualche informazione: per diventare potenziali donatori di midollo osseo bisogna avere un’età compresa tra i 18 ed i 38 anni, essere in buona salute e pesare almeno 50 chili. Ciò detto, basta fare un esame del sangue: la tipizzazione. I dati che si ottengono da questo test vengono inseriti in un grande database, collegato con tanti altri in giro per il mondo. Se, un giorno, qualcuno in attesa di trapianto fosse compatibile con un potenziale donatore, costui viene richiamato e sottoposto ad ulteriori visite mediche, per tutelare la sua salute e quella di chi il trapianto lo riceve. Se tutto va bene si procede al prelievo, dalla cresta iliaca o da sangue periferico. Entrambi i sistemi sono sicuri e praticamente indolori. In ogni caso, per saperne di più, basta dare un’occhiata al sito di ADMO federerazione italiana, www.admo.it, oppure a quello di ADMO Trentino, www.admotrentino.it. E poi, chiaramente, c’è il nostro: www.climbforlife.it. Siamo anche su facebook!

Se vuoi aggiungere un motto o una riflessione conclusiva questo è il momento giusto...

Donare il midollo osseo è una cosa facile, sicura e praticamente indolore. Salva la vita a chi lo riceve e migliora quella di chi lo dona. Io invidierò per sempre la consapevolezza di chi può svegliarsi la mattina, guardarsi allo specchio e dirsi “bene, da qualche parte, nel mondo, oggi qualcuno si sta svegliando per merito mio, perché io, quella volta, ho detto sì”. Direi che ne vale la pena, no?