L’informazione e la guerra

Uno scorcio sulla storia, tra verità e propaganda

di Redazione

Di sicuro ogni guerra, fin dall’inizio dei tempi, ha avuto la necessità di far conoscere chi era il vincitore. La Bibbia stessa, riporta racconti di guerra: quella fratricida tra Caino ed Abele, la prima in assoluto, per poi continuare tra le guerre tra Egitto ed ebrei, tra Davide e Golia eccetera. Possiamo dire che sia la prima corrispondenza di “guerra”. Ma poi, chi non ricorda l’Iliade? Il poema nel quale Omero descrive con dovizia la guerra tra greci e troiani e dato che la guerra con Troia sembra sia effettivamente combattuta: gli scavi archeologici lo comprovano, Omero sembra sia proprio uno dei primi corrispondenti di guerra.

Il rapporto stretto fra guerra ed informazione è sempre esistito e continuerà anche in futuro.

Una delle differenze sostanziali è che un tempo la “storia” in genere la scrivevano i vincitori e comunque era sedimentata dalle distanze e dai racconti orali. Ora invece è tutto un’altra storia, l’informazione è utile.

È chiaro che tra guerra ed informazione c’è uno stretto legame e una reciproca dipendenza.

Al di là delle considerazioni più o meno storiche, l’informazione di guerra vera e propria, nasce nel 1853. Da li a poco fa la sua comparsa il telegrafo, che con la guerra di Crimea, diventa a tutti gli effetti il primo mezzo di comunicazione di massa. Le notizie avevano annullato la distanza. Londra e Parigi avevano un collegamento diretto con la Crimea e questo veniva sfruttato anche dai giornalisti che accompagnavano i rispettivi eserciti. L’opinione pubblica inglese e parigina veniva informata quasi in tempo reale, o quasi. Linee e collegamenti erano però degli eserciti, ciò implicava l’immancabile filtro da parte delle autorità.

Da qui il passo alla censura fu breve. Una manipolazione vera e propria di un’informazione che aveva assunto rilevanza strategica e che serviva agli eserciti come arma a tutti gli effetti.

La manipolazione della notizia e ancor più la creazione di notizie ed eventi falsi, contribuivano a dare agli eserciti un’effettiva possibilità di portare a termine piani e strategie che altrimenti sarebbero stati impossibili.

La mobilitazione dell’opinione pubblica diventò indispensabile per le azioni di guerra e dopo il telegrafo, giunse anche la radio. Questa, fu utilizzata in maniera incredibilmente astuta dai nazisti che ne fecero un mezzo utilizzatissimo nelle strategie sia interne allo Stato tedesco che esterne. Successivamente anche gli alleati lo utilizzarono in maniera efficace: pensiamo solo per un’istante a “Radio Londra” con il suo tam tam incessante.

Informazione, manipolazione della stessa, passaggio di messaggi segreti, insomma un utilizzo dei media tutt’altro che etico. In particolare questo stato di cose ebbe un appellativo interessante: guerra psicologica. Fu in questi anni infatti che in Unione Sovietica tutti gli apparecchi radiofonici vennero sostituiti dal governo con un sistema via cavo più facilmente controllabile e al riparo dalle emissioni del resto d’Europa.

E dopo la radio, la televisione! Una svolta storica dei rapporti tra guerra e mass media. Il primo banco di prova di questo nuovo media fu rappresentato dalla guerra del Vietnam, il primo evento bellico a essere raccontato in grande stile dalla televisione. Fino al 1968 la guerra nel sud est asiatico era raccontata come una “favola” raccontando la marcia vincente per l’affermazione della democrazia in un Paese minacciato dal comunismo. Solo nel 1968 si palesò una storia diversa che riuscì a filtrare sugli schermi occidentali ovvero che l’informazione non aveva raccontato la realtà delle cose e fu proprio il mondo dell’informazione che si svicolò dalla propaganda spostando buona parte dell’opinione pubblica su posizioni critiche nei confronti del conflitto. Da questo anche i rapporti tra il potere e il mondo della comunicazione cambiarono o meglio si modificarono. Questo lo si può notare nella guerra nelle Falkland, dove la “paura” di un Vietnam tempo secondo, dal punto di vista puramente informativo, portò le autorità britanniche ad una solerte attività censoria.

La guerra del Golfo, ha coinvolto il sistema dei media occidentali nella diffusione massiccia e organizzata di notizie false, costruite su misura dalle autorità governative e militari statunitensi per legittimare l’azione di forza e per “costruire” il nemico da abbattere. Per evitare reazioni collettive di rigetto nei confronti della guerra, per tutta la durata dell’attacco sono state del tutto assenti dagli schermi e dalle pagine dei giornali immagini di sangue e di morte. Una guerra senza vittime, ‘asettica’, ‘chirurgica’ nel colpire gli obiettivi militari, ‘intelligente’ come i missili Patriot.

I conflitti successivi, quelli dell’area balcanica e fino ai giorni nostri hanno riproposto il controllo dei governi sulla comunicazione di guerra.

La nascita di Internet ha frantumato ulteriormente i tempi di diffusione delle notizie, aumentando le variabili e gli stimoli visivi. Nella rete si trovano risposte per tutti i gusti. Spesso sono le stesse persone interessate dagli eventi bellici a postare sui social network le notizie. Ma l’informazione è ancora una volta sottoposta a professionisti della costruzione di notizie incomplete e tendenziose.

Insomma, l’informazione, quella vera dovrebbe essere quella raccontata a viva voce dai protagonisti con la mediazione di reporter seri e onesti come il giovane freelance italiano Andy Rocchelli, morto lo scorso maggio sotto in colpi di mortaio in Ucraina, nella regione separatista di Donetsk.

Tutti noi, tutti i giorni siamo difronte all’ardua sentenza di quale tipo di informazione vorremmo avere, ma per il momento non ci resta che meditare di più a quale link dare il nostro like.