“Cacao amaro”

Nicaragua: terra di contrasti, terra di speranze

di Lorenzo Pupi

Abbiamo intervistato Martina Dei Cas, studentessa di Giurisprudenza all’indirizzo Transnazionale di Trento, classe ‘91, autrice di romanzi, racconti nonché vincitrice di premi per il suo impegno nel campo del volontariato internazionale. Qui, ci svela il suo ultimo lavoro “Cacao amaro” e l’esperienza reale a cui si è ispirata. Scopriamo insieme a lei una terra lontana e il suo popolo, a confronto con le contraddizioni della modernità, tra tradizione, riscatto e voglia d’indipendenza.

Da dove nasce la tua esperienza di volontariato in America Latina, perché sei capitata proprio in Nicaragua e cosa ti ha portato questo viaggio?

Sono arrivata in Centroamerica per la prima volta nel marzo 2011, con il progetto “Giovani Solidali” organizzato dal Comune di Rovereto in collaborazione con la provincia e il Centro di Formazione alla Solidarietà Internazionale di Trento. Dopo un corso di formazione sulla cooperazione internazionale sono partita per osservare da vicino come una ong trentina, nel mio caso l’associazione Italia-Nicaragua, operava in un Paese al di là del mare.

Ho scelto il Nicaragua perché masticavo un po’ di spagnolo e sognavo di parlare con le persone che avrei conosciuto senza bisogno di un interprete che filtrasse la loro realtà quotidiana; inoltre condividevo in pieno i progetti dell’associazione, legati alla salute e all’istruzione.

È stata un’esperienza indimenticabile, che ha portato alla nascita del mio secondo romanzo “Cacao Amaro”, ed. Miele 2011 e del progetto “Un libro per una biblioteca”.

In che cosa consiste esattamente il tuo progetto?

Grazie al sostegno dei tanti lettori, scuole, associazioni e biblioteche che hanno acquistato Cacao Amaro, ho potuto realizzare una fornitura di materiale didattico per i bambini e ragazzi dell’Istituto Agropecuario U. Gervasoni di Waslala. Abbiamo comprato i testi scolastici per il ciclo di tecnico agrario e tecnico veterinario, dizionari di inglese e spagnolo, manuali e realizzato una piccola biblioteca per la comunità cittadina, studiata soprattutto per le donne ed i bambini.

Infine, proprio in questi giorni, abbiamo acquistato uno stock di giochi didattici e colori per la Finca de los niños, una struttura che a Waslala ospita bambini orfani, abusati e maltrattati.

Tutto questo nella convinzione che per migliorare davvero un Paese bisogna partire dal basso, dall’istruzione dei giovani d’oggi, che saranno i grandi di domani.

Come sei stata accolta nella comunità di Waslala, hai trovato difficoltà ad inserirti e a collaborare con le persone del luogo?

Assolutamente no. Appena arrivata, potevo apparire come la classica ragazza bianca e magari americana. “Gringa”, è il termine che si usa in questi casi. Al contrario, quando hanno sentito che non parlavo con l’accento inglese, hanno visto in me l’origine Latina, e quando ho detto loro che venivo da oltre oceano, precisamente dall’Italia, bé, allora sono divenuta parte di una famiglia molto grande, sorridente ed estremamente accogliente.

E questo senso di appartenere a una grande famiglia latina è rimasto anche dopo i miei due viaggi in Nicaragua, perché grazie alle moderne tecnologie riesco a mantenere i contatti con lo staff dell’associazione a Waslala, ma soprattutto a chiacchierare con le tante persone comuni che ho conosciuto lì, che con una mail o un messaggio facebook (quando la pioggia non è troppo insistente e la corrente salta) mi aggiornano sulla loro quotidianità.

Insieme agli altri volontari ho scoperto una realtà certamente povera, ma non per questo meno ricca di valori, motivazioni e voglia di indipendenza.

Ho visto molta dignità nei visi scavati dal sole dei contadini e nelle braccia muscolose delle venditrici di tortillas, ma anche tante contraddizioni. Ho conosciuto un regime politico di stampo socialista, che promuove a spada tratta la parità dei sessi, e tante ragazze che sono già mamme a quindici anni. Le ho sentite sognare una vita migliore per le proprie figlie e raccontare a mezza voce soprusi e ingiustizie. Certo, con me gli uomini sono stati sempre gentili, e attenti al loro savoir faire latino, ma non dobbiamo dimenticare che in Nicaragua il machismo è ancora molto forte...e in fondo basta dare un’occhiata ai nostri tg per capire che purtroppo tutto il mondo è Paese.

Nel tuo ultimo libro, dal titolo evocativo “Cacao Amaro” e nato da questa esperienza, hai voluto raccontare attraverso la forma del romanzo estratti di vita quotidiana familiare che nascondono disagi profondi di una realtà lontana da noi. Da dove deriva la scelta di questo titolo ?

Con questo titolo composto da due parole “ cacao” e “amaro” ho voluto trasmettere un insieme di valori, tradizioni, profumi di una cultura prevalentemente agricola, ma calata in un ruolo da protagonista nella lavorazione del cacao, visto che il Nicaragua è uno dei massimi esportatori mondiali.

Il cacao, uno dei pochi dolcetti che i meno abbienti possono permettersi, visto che cresce spontaneo nella foresta, è il punto focale da cui si ramifica una cultura semplice e tradizionale, che deve confrontarsi con le contraddizioni sociali, prodotte da una globalizzazione inarrestabile.

Amaro, perché il cambiamento in atto è palpabile più che mai in queste terre, e sconta le problematiche politiche ed economiche di una regione da poco uscita da lotte intestine, dove i valori di fratellanza e mutuo-aiuto rischiano di essere sopraffatti dall’individualismo dei corrotti, dal dilagare della violenza sulle donne, dal narcotraffico e dalla diminuzione del tasso di scolarizzazione.

Nel tuo impegno di volontariato e nella stesura del libro dai voce a problematiche locali con riferimento, in particolare, all’importanza dell’educazione per i bambini come investimento sul futuro, alle violenze subite dalle giovani donne, al forte legame con la terra e l’agricoltura che conserva questo popolo. Nell’affrontare temi come questi, quanto cerchi o riesci ad essere oggettiva?

Penso che, pur inserendo nei propri racconti un briciolo di magia, uno scrittore o aspirante tale dovrebbe attenersi il più possibile alla realtà, anche se a volte è difficile. Io per esempio ho fatto fatica nel descrivere la mia protagonista Viana, una ragazza che pur avendo potuto studiare ed essendo abbastanza serena negli affetti, si lascia irretire da un benestante trafficante; perché non volevo che apparisse frivola o ingenua, ma che i lettori capissero che il suo comportamento era frutto della società in cui era cresciuta.

Quale ruolo hanno le associazioni che operano in quei territori? Comunicano tra loro o operano come realtà disgiunte?

In Nicaragua operano a diverso titolo molte associazioni e Ong. Alcune sono aconfessionali, altre, essendo il Paese frammentato in una miriade di sette di matrice cristiana, confessionali.

Non è raro incontrare lungo il cammino qualche suora zelante, che parla ancora con fervore quasi coloniale di crociate di evangelizzazione. Ma sulle strade accidentate dalla pioggia ci sono anche tanti missionari e volontari che, prima di pensare a Dio e alla filosofia, cercano di provvedere alle necessità quotidiane della gente comune. Una cosa che mi ha colpito positivamente è l’alta partecipazione di nicaraguensi alla vita delle associazioni: difficilmente possono mettere il capitale, ma sono sempre pronti ad apportare suggerimenti, esperienza, creatività e voglia di fare.

In Centroamerica la gente è stufa di ricevere il pesce, o meglio... è grata per quanto fatto fin’ora, ma è pronta a impegnarsi e lavorare duro per imparare a pescare, nella convinzione che solo quest’ultima sia la strada per innestare il circolo virtuoso per uscire dalla miseria.

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, tendenzialmente le associazioni cercano di venirsi incontro e ottimizzare le risorse, anche se non sempre ci riescono.

In Nicaragua come in altri paesi dell’America Latina, sono presenti molte risorse naturali e dietro ad esse, vi sono gli interessi economici delle multinazionali che nel bene o nel male incidono sulle comunità bersagliate dal confronto con questo tipo di modernità. Hai qualche aneddoto da raccontarci?

Dunque, il problema dei prodotti agricoli è sempre lo stesso...sono genuini e di fondamentale importanza per il genere umano, ma sul mercato internazionale vengono pagati poco.

Ciò nonostante esistono multinazionali “buone”, attente a non sfruttare troppo le risorse, che guardano più alla qualità del prodotto che alla sua quantità. Per esempio la Cooperativa per la produzione del Cacao di Waslala è riuscita a far sì che la Ritter acquisti il “cacao organico” dai suoi contadini, con risultati soddisfacenti per entrambi. I contadini vengono pagati il giusto prezzo e possono così investire nella scuola dei figli, nelle medicine o nei filtri per l’acqua potabile. La Ritter dal canto suo ottiene un prodotto di ottima qualità, garantita dal fatto che i contadini per poter vendere a queste condizioni devono aver seguito un corso all’Istituto Agrario, corso che tra l’altro non insegna loro soltanto le migliori tecniche di coltivazione e l’uso dei diserbanti, ma anche e soprattutto lo spagnolo, la matematica, le pratiche igieniche per evitare i parassiti e l’educazione civica...insomma, li rende uomini e donne migliori a beneficio dell’intera Comunità.

Purtroppo non tutte le multinazionali sono così illuminate: pensate che nel XXI secolo a Waslala sta per aprire una miniera d’oro; la quale ha comprato un canale radio e uno televisivo, nonché asfaltato alcune strade del comune. Così facendo si è guadagnata la stima dei locali e ha potuto comprare indisturbata grandi appezzamenti agricoli. Le famiglie sono state convinte a vendere la metà del terreno e a conservare l’altra metà per continuare a coltivarla a cacao, fagioli e caffè, senza informarle che nel giro di pochi anni, l’apertura delle venature comporterà l’inaridimento e la svalutazione anche di quei terreni e obbligherà questi contadini senza più terra ad emigrare, ingrossando l’esercito di indigenti che popola invisibile la periferia delle grandi città.

Sappiamo che sei molto legata al tema della scolarizzazione, quali problematiche stanno alla base di una sua scarsa diffusione sul territorio?

Sì, non mi stancherò mai di ripeterlo. Una penna e un libro a volte sono più potenti di armi e minacce.

Studiare, soprattutto nelle zone rurali del Nicaragua è difficile perché il governo centrale fatica a investire nella costruzione di scuole in campagna e per la mancanza di infrastrutture e per i costi, le famiglie non possono permettersi di mandare i ragazzini a studiare in città.

Sai, intorno a Waslala ci sono 92 Comunità, il corrispondente delle nostre frazioni. Ci abitano dalle cento alle cinquecento persone e sono molto vicine geograficamente alla cittadina, ma per la completa mancanza di strade ci si arriva soltanto in moto da cross, a cavallo o a piedi dopo cinque sei ore di cammino. Le riunioni della Comunità avvengono in una grande radura circondata dal nulla, dove sorgono una cucina comune, una piccola chiesetta e una scuola elementare multigrado, frequentata da 30-50 bambini dalla prima elementare alla prima media con una sola maestra. La scuola ha tre pareti di legno, una quarta parete chiusa solo dalla rete verde che qui in Italia usiamo per separare i giardini e un tetto di lamiera.

All’inizio, giocando con questi bimbi avevo paura a chiedere loro cosa volessero fare da grandi, perché il loro destino sembrava già scritto. I maschietti portavano gli stivali di gomma e il machete alla cintura e spesso saltavano scuola per aiutare il papà nei campi, mentre le femminucce indossavano le infradito di plastica, indispensabili per fare il bucato o l’impasto di mais al fiume.

Poi parlando con loro ho scoperto che c’erano aspiranti poliziotti, maestre, calciatori o infermiere e ho capito che è compito di noi adulti lottare, affinché questo sogno si tramuti in realtà. Certo non sarà facile, ma da qualche parte bisognerà pur cominciare, perché come dice un famoso proverbio latino americano “Gota a gota se perforan las rocas”; “è solo goccia dopo goccia che si perfora una roccia” ed è nostro dovere convincere quei bambini che non sono solo numeri nelle stime delle Nazioni Unite, ma esseri umani che con tanta fatica, un pizzico di fortuna e soprattutto una buona istruzione, potranno davvero cambiare il destino che la vita di periferia gli ha riservato.