Voci e silenzio

Documentario sulla vecchia casa circondariale di Trento

di Giulio Thiella

Più di 120 anni ad accogliere chi la società spesso rifiuta, più di un secolo ad ospitare il dolore degli altri, le colpe e il rimorso. Il vecchio carcere di via Pilati era un mondo nel mondo, vicino al centro pulsante della città, ma inesorabilmente escluso da esso. I registi del documentario “Voci e Silenzio” Juliane Biasi e Sergio Damiani hanno chiesto ad una guida molto speciale di accompagnarli nell’edificio ormai abbandonato, una persona che conosce quei corridoi come fossero parte di casa sua. Gaetano Sarrubbo è stato direttore del carcere di Bolzano prima e di Trento poi; con 35 anni di servizio alle spalle, al momento di andare in pensione ha dichiarato “in carcere ho trascorso più di un ergastolo”. Quello che forse colpisce maggiormente del documentario è proprio lo stupore dell’ex direttore, abituato per anni a sentire quelle mura rimbombare di voci, urla, canti, e che ora invece tace, producendo un silenzio assordante.

Sembra quasi dispiaciuto nel vedere quell’istituzione, che fino a pochi anni prima pullulava di vita e di storie, ormai senza vita.

L’accostamento di ricostruzioni dei momenti di vita quotidiana e di riprese fatte dopo la chiusura della struttura trasmettono un senso di abbandono di quel luogo che ha ospitato migliaia di detenuti e dato lavoro ad altrettanti agenti e operatori.

L’ex direttore, passeggiando tra le celle dell’ex carcere, ricorda quel concentrato di vite stipate tra le mura, ricorda come il carcere sia mutato negli anni, con l’immigrazione che ha reso quel luogo multiculturale, voci straniere che si facevano sempre più numerose; ricorda anche i primi problemi di sovraffollamento, che costringevano gli agenti ad aggiungere letti in celle che non erano pensate per ospitarne di più.

Una parte fondamentale del documentario è rappresentata dalle interviste a chi in via Pilati ha ci ha vissuto. Persone segnate da eventi e realtà diverse, ma che finivano per incrociare le loro vite in quel luogo di pena, a riflettere sulle scelte e sugli errori che li hanno portati lì, da dove bisogna poi ricominciare.

Ciò che le immagini trasmettono è il lato umano di tutti i protagonisti, detenuti, agenti, operatori e il direttore, ognuno era coinvolto in quella realtà e formava una parte imprescindibile di essa.