L’intreccio mediatico dietro ad alcool e tabacco

Uno sguardo sull’influenza che le lobbies esercitano sulla nostra società

di Piergiorgio Gabrielli

Vi siete mai chiesti perché quando andiamo in farmacia abbiamo un certo timore ad acquistare un medicinale generico? Eppure si tratta dello stesso medicinale e costa meno. Tentenniamo perché non lo conosciamo bene, mentre l’altro, quello di marca, lo apprezziamo tutti i giorni nella pubblicità e nella comunicazione in generale. Ma cosa succede quando a fare la scelta, per noi cittadini, è l’Istituzione pubblica? Presto detto, a questo ci pensano le Lobbies.

Un primo studio condotto su un gruppo di 65 pazienti dall’Istituto Europeo di Oncologia, in collaborazione con l’Ospedale San Raffaele e il Centro Cardiologico Monzino ha definito che la sigaretta elettronica fa smettere di fumare o riduce notevolmente il numero delle sigarette. Ovviamente è solo uno studio preliminare al quale ne seguiranno altri con una temporaneità tale da permettere di capire a fondo gli effetti delle sigarette elettroniche. Certo è che dalle premesse e dal fatto che dalle stesso studio emerge che il 60% smette di fumare completamente, la sigaretta elettronica potrebbe sembrare un tocca sana per la salute dei connazionali.

Stando a questi risultati incoraggianti il Governo che ha fatto? Come è “naturale” ha aumentato del 58% la tassazione sulle sigarette elettroniche.

Nonostante il calo degli incidenti del sabato sera, ciò dovuto in parte al divieto di guidare se si ha bevuto, la “conta”, però è pur sempre alta. Le vittime, nella maggior parte, sono giovani che, dopo un sabato sera “alla grande” a base di alcol, fumo e quant’altro, ritornano a casa, ma purtroppo, non tutti. La situazione non è molto diversa in tutta Europa, per cui l’Unione sta prendendo seriamente in considerazione una nuova direttiva che obblighi ad apporre l’etichetta “nuoce gravemente alla salute” su ogni bottiglia che contenga alcol.

Figurarsi, scudi alzati e guerre sotterranee. Sicché siamo ancora lì ad aspettare che si “muova” qualcosa, non che la semplice scritta sia davvero uno stop al consumo d’alcol, ma aiuta.

C’è poi il Gioco. Quello con la “G” maiuscola. A parole tutti contestano l’uso delle macchinette mangiasoldi, ma poi, nei fatti non sono proprio “contro” anzi! Infatti, ultimamente il parlamento ha votato un emendamento del NCD che taglia i fondi ai Comuni che hanno adottato regolamenti per limitare la diffusione delle slot machine e altri giochi elettronici. Sembra, per altro che ciò sia stato cassato, ma non si sa bene come e quando.

Questi tre esempi, sono esplicativi di come il buon senso talvolta cozzi, contro il muro degli interessi economici. Appena nei diversi gradi delle Istituzioni c’è il sentore di una possibile legge o direttiva che li potrebbero mettere in difficoltà, intervengono immediatamente i lobbisti accreditati e non.

Non c’è da meravigliarsi sul fatto che esistano le lobby, non è una cosa scandalosa. Anche tutti noi, nel nostro piccolo, quando toccano un nostro interesse cominciamo a preoccuparci e reclamiamo con qualcuno, arrivando in molti casi di fronte al giudice. Quello che meraviglia è che in un contesto, quale quello Istituzionale più alto, come il Parlamento o la Commissione Europea, le lobbies o meglio i lobbisti abbiano moltissimo spazio di manovra e non sempre limpido. Queste azioni dovrebbero essere chiare, anzi trasparenti per sapere come sia influenzata una scelta e da chi, ma nella realtà, questo tipo di regole, mancano o quanto meno non sono molto restrittive o, come in Italia, che addirittura non ci sono proprio.

Ma che cos’è un lobbista? È un professionista che lavora. È ben pagato e se arriva agli obiettivi richiesti lo è ancora di più. Rappresenta gruppi d’interesse e si attiva ogni qual volta sia necessario esercitare un’influenza sulle decisioni che le istituzioni stanno per prendere o prenderanno. In Europa, per esempio, i lobbisti dichiaratisi araldi delle aziende che producono tabacco e consimili sono 97. Questi sono solo la punta dell’iceberg. Nell’insieme vengono supportati da un budget notevole, 5,3 milioni di euro per fare pressione su media ed istituzioni.

Con tutto questo denaro, non si può pensare che non arrivino agevolmente nelle stanze dei bottoni che per l’Europa è la Commissione che ha sede a Bruxelles, e in misura minore il Parlamento, che ha sede a Strasburgo. Mentre per noi Italiani ogni luogo può essere quello giusto: da un salotto romano alla sede di un partito, dalle piazze davanti ai palazzi del potere fino ad arrivare magari, almeno fino a poco tempo fa, in quella più grande del Vaticano.

Cosa decisamente diversa negli Stati Uniti. Dall’altra parte dell’oceano la pressione si esercita sul Congresso di Washington. Ma se negli USA così come in Canada si è cercato di dare delle norme molto severe e precise, qui da noi si è tentato di mettere un po’ d’ordine con il risultato che in Europa, dopo interventi che partono dal 2001 ed arrivano al 2011, esiste solamente un’iscrizione volontaria. In Italia, invece i disegni di legge dal 1948 al 2013 sono stati 54, ma nessuno è mai stato approvato.

Secondo Maria Cristina Antonucci, una ricercatrice dell’Università “La Sapienza” di Roma, “Le principali caratteristiche del lobbismo italiano possono essere sintetizzate così:

  • è un tipo di rappresentanza non regolamentata dal punto di vista normativo;
  • è un esempio di pressione dei gruppi particolarmente condizionato dalla cultura politica nazionale;
  • è un modello di relazione istituzionale più orientato all’esercizio dell’influenza come relazione sociale che alla comunicazione come processo;
  • è un sistema basato sui rapporti diretti e immediati tra lobbista e decisore piuttosto che su forme indirette di pressione (grassroots lobbying).

Inoltre, la capacità dei partiti politici di fungere da aggregatori di interessi, il neo-corporativismo e la concertazione che hanno favorito sindacati e gruppi di datori di lavoro nella partecipazione alle politiche pubbliche, la presenza di importanti corpi sociali intermedi come la Chiesa cattolica, l’assenza di una legge nazionale in materia di lobby sono tutti fattori che hanno determinato il peculiare assetto del lobbying nel sistema italiano.

Come facciano le lobbies a convincerci di questo o quel prodotto o quel comportamento è presto detto, intervengono direttamente su chi decide le regole. E se per i cittadini Americani le regole del gioco sono molto strette e permettono anche agli ambientalisti di utilizzare gli stessi sistemi dei tabaccai. In Italia possiamo metterci il cuore in pace; infatti il vero “Far West” è qui. Chissà se l’attuale Parlamento o il prossimo arriverà a regolamentare in maniera seria tutto questo settore dove gli “OK Corral” sono innumerevoli e comprendono la nostra capitale, le nostre Regioni, le nostre Provincie, i nostri Comuni e forse anche le nostre Pro Loco, ma di queste non possiamo dirci sicuri.