Il fenomeno dei suicidi in Val di Sole

Un problema da affrontare con consapevolezza e dialogo

di Daniele Biasi

Generalmente l’andamento dei tassi suicidari aumenta con l’età e raggiunge i valori più alti nelle fasce di età sopra i 65 anni. In val di Sole la situazione si presenta diversamente. Le fasce di età con maggior incidenza sono quelle tra i 25 e i 45 anni e tra i 45 e i 64 anni e il tentato suicidio è nettamente più alto fra i giovani. Tra il 1980 e il 2001 per ogni mille abitanti in Italia il tasso di suicidio è di 0.06. Di 0.08 in Trentino e arriva a 0,17 se guardiamo la Val di Sole. Più del doppio rispetto ai dati dell’intera regione e quasi il triplo di quelli italiani. Cifre preoccupanti che, sebbene negli ultimi anni l’andamento si sia notevolmente abbassato, rendono necessario almeno parlare della questione per quanto spiacevole possa essere. Un problema delicato e difficile da trattare, soprattutto se lo si vuole affrontare non prendendo in esame la sfera privata di chi compie questo gesto estremo, rimandandolo quindi a qualche particolare problematica individuale (ad es.: disturbi affettivi, abuso d’alcol e sostanze, schizofrenia, ecc.), ma alla società che sta intorno al singolo e che non ha evidentemente saputo rispondere ai suoi bisogni.

Quali sono i motivi che, come mostrato dai dati, rendono il problema particolarmente rilevante in Val di Sole? Una bozza di risposta a questa domanda ci viene data da N. Leonardi che nel suo intervento alla giornata di studio “Perché non muoia la speranza. Il percorso in Val di Sole per la prevenzione del suicidio: una sfida da affrontare insieme”ci offre una chiave di lettura “sociale” del fenomeno, cioè spostando lo sguardo dall’individuo che compie l’atto, facendo un passo indietro, e vedendo ciò che a quel singolo sta attorno, la società appunto. Una posizione sicuramente non sufficiente e che lascia molte questioni aperte, ma senza dubbio va tenuta in grande considerazione in quanto ci aiuta a comprendere le tipicità (che anche se stereotipate nascondono senza dubbio un fondo di verità) della popolazione interessata. Per quanto la complessità del tema non possa essere risolta in un breve articolo, e per quanto mi trovi costretto a generalizzare non poco la questione, cercherò di portare all’orecchio del lettore degli spunti di riflessione che illustrano alcune caratteristiche tipiche della comunità “solandra” (ma non solo) e che possono essere inserite nella gamma delle cause di tale fenomeno. In valle è ben presente una sorta di senso di solitudine che non riguarda, come si potrebbe pensare, solo i giovani e gli anziani. Un senso che riflette fondamentalmente due caratteristiche tipiche di questa comunità, certamente legate alla sua storia e al suo modello di sviluppo, che Leonardi chiama la “fatica del dire e del comunicare” e la “sindrome del nido”. Con comunicazione intendiamo la capacità di esprimere e confrontare non solo emozioni e sentimenti, ma anche valori e ideali. Senza questa capacità, o se comunque questa si limita a una sfera ristretta, le relazioni sono carenti o comunque vaghe e poco profonde. Sono molti i “solandri” che rivelano questa fatica, è quasi un “eredità culturale” tipica di una gente riservata. Parliamo in particolare delle difficoltà dei giovani, perché sono loro che ci mostrano lo spirito innovativo e quella “spregiudicatezza” necessaria per un avanzamento culturale. Queste qualità sono tipicamente giovanili e sembrano come bloccate in valle. I ragazzi non sopportano di sentirsi dire che sono privi di valori, ma per loro è difficile immaginare valori che vadano oltre quelli dei loro padri. Il risultato è che quando si avverte un disagio, uno star male, o la mancanza di qualcosa o qualcuno nel proprio ambiente di vita, spesso non si sa cosa dire e a chi dirlo, anche quando il necessario bisogno di comunicare, tra i più naturali dell’uomo, si fa forte e pressante.

La seconda caratteristica presente è quella che possiamo definire “sindrome del nido”, cioè l’inclinazione a rinchiudere il senso della vita dentro la realtà del piccolo gruppo, come la famiglia, gli amici, il “paes”ecc. Sono tutte dimensioni importanti capaci di contrastare l’isolamento sociale, ma c’è la tendenza a rifugiarsi dentro di esse, per la paura di confrontarsi con ciò che sta o viene da “fuori”. Non possiamo però ignorare che questi gruppi di appartenenza e di valore (famiglia, religione, ecc.) stanno vivendo oggi una profonda crisi e un mutamento.

È stata posta ai ragazzi solandri una domanda: “perché ti piace vivere qui?” Una delle risposte a cui se ne aggiungevano altre di simili è stata: “Perché è una realtà chiusa, dà protezione”. Altri sostenevano di sentire questa chiusura come un vincolo dal quale liberarsi, anche se con fatica, perché l’attaccamento alla valle, più, a dire il vero, verso i suoi luoghi fisici (es.: le montagne) che verso la gente, è forte e radicato. Concludo l’articolo con un passo di Leonardi nel sopracitato intervento: “Queste sono dunque le forme, forse più visibile, cui si esprime l’isolamento della popolazione solandra: la sofferenza nella sfera comunicativa e una dimensione troppo delimitata dell’appartenenza. E sicuramente anche da qui ha origine un malessere, dal non riuscire a dar voce e respiro a potenzialità e risorse che certamente esistono, ma che troppo spesso devono uscire, andare via, per potersi liberare”.