Sorella Povertà

L’Angolo del filosofo

di Sara Caon

Immagino già le vostre espressioni, gentili lettori di quest’angolo di cui avete testé letto il titolo, ed in verità se siete giunti a leggerlo allora siete davvero tosti, non posso permettermi di fallire, sebbene sia arrivata a capire per quali motivi state rimuginando (saranno le mie doti di maga e la sfera che nascondo in casa a fare capolino). E a cosa state pensando? State certamente giungendo al noto risultato: «con la filosofia non si campa».

Ed è ora che vi stupirò.

Perché, ultimamente, sembra che non sia affatto così. In linea teorica sì, non fraintendetemi, eppure, come una volta qualcuno mi ha detto, stiamo attraversando le sabbie mobili di un periodo di “fiera della vanità filosofica”, siamo infangati in un melmoso marasma di persone dettesi “filosofi”, che si ostinano a fare i tuttologi (al modo stesso dei sociologi) e a conferenziare di qua e di là (uno fra tutti, Diego Fusaro, mi perdoni se per caso sente ronzare le orecchie) cercando a tutti i costi fama, notorietà e successo. «Vivere nascosti» un motto oramai superato, chi lo cita più? A dirla tutta, il nascondimento non è il mio forte, per tutta una serie di motivi che forse un giorno vi spiegherò, eppure lo preferisco di gran lunga alla bestiale fiera odierna. Ed ecco la fessura nella quale si insinua Sorella Povertà che, come dice Andrea Pomella nel suo bel libro “10 modi per imparare ad essere poveri ma felici”, è innanzitutto una condizione spirituale e può diventare strumento di liberazione. Abitare la povertà, amarla come una sorella, francescanamente, è ciò che la filosofia sente l’irresistibile bisogno di fare per preservare se stessa. Non è mantenuta dai vari Fusaro, Cacciari & Co., non è difesa da presuntuosi tuttologi che ambiscono ad ergersi baluardo ultimo di valori ed idee, no.

È invece custodita e costantemente rinfocolata, come un piccolo fuoco che si alimenta, proprio da Sorella Povertà. Quella di cui da sempre ci si vergogna, quella che da sempre si cerca di occultare, spingendola sotto il tappeto, lei che è nuda, e non sa con che cosa nascondere il biancore del suo corpo. Senza successo, la si cerca di occulare. Infatti, Sorella Povertà ha un ben strano modo di comportarsi, non è una donna “normale”, è un po’ pazzerella e potrebbe benissimo bazzicare i centri di salute mentale. Lei basta a se stessa, è felice d’essere com’è, e lo è perché l’ha scelto. Ha, cioè, reciso i ponti con tutto il resto, ha tagliato, spezzato e, non spaventatevi, ucciso tutte le altre possibilità.

Diceva una persona che stimo moltissimo: «Fare una scelta è compiere un’omicidio: è uccidere tutte le altre infinite possibilità». Ebbene, Sorella Povertà vive con umiltà, vive una vita fra le meno ambite, ma tra le più ambiziose. Esattamente questo è ciò che ha in comune con Filosofia, che però, principio della fine, inizio della discesa, ha tentato di oltrepassare le colonne d’Ercole. Sorella Povertà le ha ad ogni modo teso una mano, e Filosofia è lì, in bilico. Come fare? Credere ai sogni logora? Può darsi.

Ma, Francesco d’Assisi insegna, cominciando col fare ciò che è necessario, e poi ciò che è possibile, all’improvviso ci sorprendiamo a fare l’impossibile. Impossibile che è, ad esempio, amare Sorella Povertà, e lasciarci da lei guidare. Il filosofo non è colui che sa, non è uno che va per le piazze ad imbonire la gente con ricette magiche, con pillole di verità che lui solo può dispensare. Il filosofo, diceva Giuseppe Rensi, è un artista: non già uno che sa, ma uno che guarda. E rimane a guardare, con il sorriso sulle labbra. Ed i piedi - poveramente - scalzi.