La giornata mondiale contro la pena di morte

Un tema da affrontare ogni giorno

di Giulio Thiella

Il 10 ottobre ricorre la giornata internazionale contro la pena di morte, nata da un’iniziativa della World Coalition against Death Penalty, associazione fondata a Roma nel 2002 da enti non governativi di tutto il mondo. Le iniziative da loro promosse hanno trovato eco in moltissimi paesi, con lo scopo di sensibilizzare sempre più persone su questo tema, purtroppo ancora attuale.

 Un’altra iniziativa è “Cities for life”, ideato sempre nel 2002 dalla Comunità di Sant’Egidio e riorganizzato ogni anno il 30novembre, durante il quale nelle città aderenti, più di 1600 in tutto il mondo, vengono illuminati i monumenti più simbolici per dire no alle pene capitali, all’insegna dello slogan “No justice without life”. La data non è stata scelta a caso, infatti in questo giorno, nel 1786, il Gran Ducato di Toscana fu il primo Stato a bandire questa estrema punizione.

La tendenza abolizionista degli ultimi anni ha influenzato molti paesi, a dimostrazione di ciò si può notare come siano sempre meno gli Stati che mantengono la pena di morte. Secondo i dati raccolti da Amnesty International, se fino agli anni ‘60 i paesi totalmente abolizionisti erano meno di dieci, oggi sono addirittura 140 quelli che l’hanno definitivamente vietata. Una situazione incoraggiante se si osserva che nell’ultimo decennio altri 21 Stati hanno seguito questo esempio.

Questi dati indicano una progressiva presa di coscienza da parte dei governi di tutto il mondo riguardo alla pena capitale, e oggi una netta minoranza di nazioni le prevede e le applica ancora. Di questi 58 paesi la Cina è quello che ricorre maggiormente a questa estrema punizione, eseguendo ogni anno almeno 5.000 condanne a morte, l’85% circa del totale mondiale. Diverse organizzazioni umanitarie hanno incontrato difficoltà nel reperire questi dati, riscontrando da un lato l’assenza di registri ufficiali e l’ostilità delle istituzioni, e dall’altro il decentramento delle esecuzioni, di cui sono incaricati i tribunali distrettuali; manca in questo modo un controllo diretto del governo centrale, che non intervenendo direttamente, sembra esprimere a riguardo un’impassibile e tetra accondiscendenza.

Altri Stati mantenitori sono l’Iran, che compie circa 500 esecuzioni ogni anno, seguito da Corea del Nord e Stati Uniti, dove non si superano le 50. Camere a gas, sedie elettriche, iniezioni letali, impiccagioni e fucilazioni; punizioni che in Italia e in Europa sono storicamente confinate ad un passato di guerra, rappresentano l’attualità in diversi paesi. Come un tempo, la maggior parte delle condanne è eseguita in pubblico, usate come deterrente per intimorire, mettere in guardia e rendere partecipe la popolazione di questi crimini di Stato.

Decidere di punire i propri cittadini con la morte, qualunque sia il crimine, nasce da una concezione totalitaria che vede la persona come una pedina dello Stato piuttosto che come un individuo da tutelare. Per quanto il peccato possa essere grave, credo che nessuno abbia il diritto di decidere della vita di un’altra persona motivando questa scelta con la necessità di tutelare la collettività. Questa punizione risulta in verità controproducente perché non ottiene giustizia, non ripara il danno e non riesce a ripagare le vittime e la comunità per ciò che hanno subito. Il condannato così, valutato troppo pericoloso o indegno di continuare a vivere, va incontro ad una pena definitiva, inappellabile e senza sconti, che mortifica lui e il valore stesso della vita umana. L’auspicio, visti gli enormi passi avanti degli ultimi 50 anni in tema di diritti umani, è quello di poter parlare presto delle pene capitali come di incivili strumenti della giustizia del passato, e non più come uno scomodo presente.