Noi ragazzi perduti

“La cocaina ti cambia dentro, ti annienta, ti calpesta e ti reinventa...”

di Raffaella Nichol Campaniello

Certe persone non ne sarebbero capaci, non sarebbero in grado, non potrebbero.

Meglio così per loro.

Una vita lineare, equilibrata, sana... una vita normale.

Ne esiste tanta di gente così. E poi ci siamo noi, scontenti, irrequieti, agitati, privi di un qualsiasi punto di riferimento, senza dominio.

Noi, fatti di parole e avventure, pieni di ricordi e insegnamenti, colmi di sprazzi di vita non nostri, stracarichi di ideali ma senza basi.

Noi siamo quelli senza paura, apparentemente, ma in realtà tremiamo, combattuti tra mille quesiti, incapaci di tenere il punto, sempre su un’immaginaria cresta dell’onda che ci trascina alla deriva senza nemmeno darci il tempo di rendercene conto.

Siamo quelli del “per noi è diverso, sappiamo regolarci”, e alla fine siamo i primi ad andarcene a puttane; incastrati in fantasie che la nostra mente crea x convincerci che siamo diversi, che siamo migliori, più avanti mentre invece rispecchiamo solo la massa, la parte più vile e triste della plebaglia.

Noi siamo quelli dalla risposta sempre pronta, dalla bugia pronta all’uso sulla punta della lingua... siamo noi... falsi e immaturi... noi... drogati.

Ma guai a chiamarci e definirci così; i drogati sono i tossici che si fanno le pere negli angoli bui della metropolitana, non noi; i drogati sono quelli che si sputtanano lo stipendio, non noi; i drogati sono quelli di cui leggi sul giornale, non noi.

Ma alla fine, siamo proprio noi:ragazzi normali che ad un certo punto, per mille sfumature di cause diverse, diventano dipendenti.

All’inizio di solito è l’alcol, e se quello t’inghiotte il passo successivo è lei, madre dei nostri guai, bianca e dorata come un angelo, ma pesante e pressante come il diavolo, la cocaina.

Infima e bastarda ti attira e poi ti inghiotte.

Ora, io non so esattamente a che punto sono di questa trafila detta dipendenza ma una cosa la so, e ne sono certa, in me c’è qualcosa che non va.

Mi manca mio padre, lo ammetto, adesso forse più che mai. Sento la sua assenza in ogni insignificante spiraglio della mia essenza.

Non ho concluso niente, nulla di ciò a cui lui mi vedeva destinata, e anche il carattere, di cui sono sempre andata fiera, lo sto perdendo;sto diventando come tutte le altre, lacrime e mugugnii, senza reazioni, senza nome, senza coraggio.

Mi sto omologando, e detesto questa parte di me con ogni atomo che mi appartiene.

Sono diventata debole. Tanto debole da giustificare chi mi fa dei torti e mi manca di rispetto. Così debole da non capire qual è il giusto posto da

occupare, la miglior linea da seguire. Tanto debole da sapere di aver ragione e farmi pure urlare dietro. Debole, fragile, insicura. Forse anche un po’ inutile, perché l’apporto che potrei dare oggi a qualunque persona è pari a zero.

Non riesco ad aiutare me stessa, figuriamoci qualcun altro.

Ti rendi conto di quanto sei in errore quando arrivano le giornate importanti, come Natale... e tu sbagli tutto. Sbagli le scelte, i momenti, le persone di cui ti circondi.

Pranzo di Natale in una casa vuota con un bicchiere di bianco in mano, non dormendo dal giorno prima, un computer davanti e i pensieri che ti annebbiano il cervello.

Per quanto ci si possa sentire soli esserlo a Natale ti uccide, letteralmente, ti estrania dal resto del mondo, ti devasta. Ti pone davanti alla domanda diretta “Cos’ho sbagliato?”

Lì ricordi i ventisette Natali passati, ricordi la famiglia, le risate, i messaggini degli amici, i regali sotto l’albero, l’euforia, il sorridere giocando a quel gioco di carte che normalmente detesti, il pianoforte che viene usato soltanto nei giorno di festa quando siamo tutti riuniti perché in pochi lo sappiamo suonare, l’odore di caffè che ti sveglia alla mattina perché sei a casa della nonna e lei si sveglia sempre prima di chiunque altro.

Ricordi com’era essere felice e ti guardi intorno, non c’è nulla, solo un telefono spento perché ti vergogni di dar giustificazioni, un piatto e due schede.

E poi c’è lui, che ti ha tirata dentro a tutto questo schifo ed è nell’altra stanza così sfatto da non accorgersi nemmeno di te.

Ti senti sola, prometti a te stessa che cambierà tutto, che reagirai, che ce la farai, ma pochi giorni dopo arriva ancora quella circostanza in cui non sai dire di no, menti a te stessa, ti racconti bugie, ti autogiustifichi e cadi, ancora, un’altra volta e sei sempre più proiettata sulla via del non ritorno.

Sei mesi dopo i tuoi amici, quelli storici, per farti capire che ti sono vicini comunque ti organizzano una cena per il tuo compleanno e tu sei felice, nuovamente radiosa, speranzosa, fino a quando poche ore prima della cena ti si presenta lui con una bottiglia e una busta... e tu cadi ancora. Alla cena dei tuoi amici non ti presenterai mai, e vivrai vergognandotene e isolandoti.

Un anno dopo guardandoti allo specchio faticherai a riconoscerti: le occhiaia, bianchiccia, brufoletti mai avuti denti ingialliti.

Tempo fa ti dicevano che eri bella.

Ormai è andata.

Vale la pena farsi un bicchiere e una riga.

Come si fa a tornare indietro?

Come ci si riprende la propria vita?

Io non so rispondere ma una cosa col tempo l’ho capita: drogato è chiunque fa uso di droga, perché da farlo una volta a renderlo indispensabile il passo sta in un momento di debolezza, e tutti ne abbiamo almeno una volta.

La droga, io parlo soprattutto di cocaina, rovina il cuore, rovina il fisico, rovina il cervello, ma soprattutto, rovina l’anima.

La cocaina ti cambia dentro, ti annienta e ti calpesta, e ti reinventa, disegnando al posto della persona che eri una persona senza valori o sentimenti, una nullità.