Paraplegia? Una vita comunque normale.

Ripartire a tutta velocità, dopo una “caduta banale”

di Dorotea Maria Guida

Questa storia potrebbe essere comune a tante altre storie di paraplegia che spesso non vengono raccontane per pudore, per privacy o semplicemente per tenere celata, agli sguardi, in questo caso, alle menti indiscrete una immensa ferita del corpo e dell’anima.

Si possono condividere o no queste considerazioni, ma noi con Marcello vogliamo approfondire.

Marcello Trentin, classe 1972 è nato a Torino; prima dell’incidente era studente d’Ingegneria al Politecnico di Torino, ancora 5 esami e si sarebbe laureato e invece “Mi sono fatto male il giorno di Pasquetta di diciassette anni fa, era l’otto aprile ed io avevo 24 anni,  per un evento banale - ci racconta Marcello  e sorride con ironia - per portare a fare un giro in moto un ragazzo che mi aveva assillato per ore, siamo caduti con una moto da cross in mezzo ad un prato a bassa velocità. Esito dell’incidente: nemmeno un graffio ma schiena rotta... Che cosa fai dopo la diagnosi? Ti arrabbi con il mondo? Imprechi? Ti chiudi in casa?

Dopo l’incidente, ho capito che l’unica cosa che potevo era provare a continuare la mia vita, esattamente la dove l’incidente l’aveva interrotta, anche se in modo diverso. Dopo tre mesi ero tornato nuovo all’università e mi sono laureato a pieni voti in ingegneria Meccanica. E subito dopo la laurea già lavoravo come ingegnere in una azienda che progetta auto, ho poi lavorato al Centro Ricerca Fiat e attualmente in Iveco.”

“Mi piaceva lo sport anche prima di... farmi male!” Farsi male, due parole così innocue che invece nascondono un cambiamento abissale della vita, eppure lo si dice spesso in questi casi, forse per voler ridimensionare un’immane “frattura” tra il prima e il dopo.

“E dopo l’incidente ho provato quasi subito a fare sport non agonistico, prima ho provato il nuoto e poi ho aggiunto al nuoto, da circa 6 anni, l’Handbike, la bicicletta che si pedala con le mani. Il significato che lo sport ha per me è una sorta di completamento a una vita comunque impegnata anche da altre cose ed ha lo scopo principale di permettermi di mantenermi in forma. Il’agonismo, invece, per me ha un valore molto personale: non cerco la competizione o la vittoria, ma il confronto con i miei limiti, prima ancora che con gli altri. Tutto ciò fa dello sport un nuovo stimolo personale.

Ho potuto fare due distinzioni circa lo sport praticato prima dell’incidente. Prima pensavo fosse un ingrediente da non trascurare nella ricetta di una vita sana e serena. Nella vita di un paraplegico, fare sport è una gentile concessione, un regalo che ti è stato concesso e non va assolutamente sprecato. Diventa ancora più importante, ancor prima che per il fisico per la mente.”

Qual è stato lo stimolo più importante che ti ha rimesso in pista, nella pista della vita?

“Una persona. La persona più importante che da sempre ho al mio fianco, il mio angelo custode che si chiama Valentina. Era già la mia ragazza prima dell’incidente ed ora è mia moglie. È da venticinque anni che condivide con me la vita sia quando le cose vanno bene, sia quando ci sono da affrontare dei problemi. Sicuramente senza di lei avrei fatto molto meno cose. Soprattutto non avrei trovato la forza per rendere la mia vita da paraplegico, una vita comunque normale.”