Informazione e controinformazione

L’eterna lotta per il solito fine: il denaro!

di Piergiorgio Gabrielli

Sembra che da qualche anno a questa parte, in Italia, l’informazione sia meno libera o meglio, parzialmente libera.

Ad emettere questa sentenza è un’organizzazione americana che ogni anno esce con una classifica mondiale sul grado di libertà di stampa. Freedom House, questo il nome dell’ente americano, si occupa, ormai da decenni di questo settore.

In tutta sincerità credo che Freedom House (1941), come del resto la sorella più giovane Reporters sans Frontieres (1985), siano per la libertà di stampa come Standard & Poor’ s e simili sono per il calcolo del rating. Insomma pagati da chissà chi per stilare classifiche.

Ciononostante, per poter avere qualche dato di raffronto e quindi opportunamente rispondere, anche se in minima parte, alla domanda: com’è la situazione dell’informazione libera in Italia, la classifica Freedom House può essere un buon punto di partenza.

Due parole sul modo di procedere di FH. La classifica, se si può dire così, va da uno a cento, dove uno sta per libertà massima e ovviamente cento per mancanza di libertà di stampa. Quindi da 1 a 30 una buona libertà, da 30 a 60 qualche problema c’è, ed infine da 60 a 100 non ci siamo proprio!

Il rapporto annuale di Freedom House prende in esame 195 paesi del mondo e per quanto ci riguarda, segnala che siamo scesi dalla fascia alta dei “paesi liberi” alla fascia intermedia dei paesi “parzialmente liberi”, unico paese in Europa occidentale ad essere stato declassato. La ricerca americana segnala con preoccupazione i timori sulla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida, come non lo sapessimo! Inoltre, stigmatizza l’aumento del ricorso ai tribunali e alle denunce per diffamazione, l’aumento di intimidazioni fisiche ed extralegali da parte sia del crimine organizzato, sia di gruppi di estrema destra.

Andando più nel dettaglio, tanto per vedere in che compagnia siamo, con l’Italia anche Israele e Taiwan sono passati dallo status di “Paesi liberi” a quello di “Paesi parzialmente liberi”. Certo è che non siamo sicuri se effettivamente questo giudizio su Taiwan non sia un “piacerino” allo scomodo suo vicino.

Sempre secondo HF, i Paesi “maglia rosa” dell’Europa Occidentale sotto il profilo della libertà di stampa, sono: l’Islanda (primo), la Finlandia e la Norvegia (secondi), la Danimarca e la Svezia (quarti). Gli stessi Paesi sono anche in cima alla classifica generale. I primi Paesi non europei nella classifica mondiale sono la Nuova Zelanda e la Repubblica di Palau, all’undicesimo posto a pari merito con il Liechtenstein. Gli Stati Uniti arrivano solo al ventiquattresimo posto, a pari merito con la Repubblica Ceca e con la Lituania, ma rientrano ampiamente tra i Paesi che godono di una libera stampa.

La nuova ricerca sottolinea che solo il 17% della popolazione mondiale vive in Paesi dove vige la libertà di stampa. Le restrizioni più gravi sono state registrate nell’Europa Centro-Orientale e in Russia. Tuttavia, ci sono anche notevoli seppure rari miglioramenti, che ad esempio riguardano le Maldive, dove è stata adottata un nuova Costituzione che tutela la libertà di stampa, e la Guyana, dove sono sensibilmente diminuiti gli attacchi contro i giornalisti. I peggiori - secondo Freedom House - sono invece Corea del Nord (98), Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea e Cuba.

Come dire che qualche dubbio esiste sulla efficacia di questa classifica. Ad ogni modo per chi volesse approfondire trovate il link in corrispondenza del Qr-code affianco.

Certo è che come dice un antico adagio, la virtù sta sempre nel mezzo. Ma se dal punto di vista dei dati, più o meno veritieri, il quadro che ne vien fuori non è drammatico, ma nemmeno brillane, è necessario ribadire alcuni concetti chiari che permettano una propria interpretazione a questo marasma d’informazione. L’assioma principe della comunicazione, dice che perché ci sia una comunicazione efficacie l’informazione deve andare dall’emittente al ricevente e viceversa, se non altro per capire se quello che abbiamo detto è stato recepito in maniere confacente.

Come è possibile arrivare ad un’informazione che prenda in considerazione tutto ciò? Difficile, anche se l’informazione on-line può essere una contro misura efficacie. Come è però noto, di fonti d’informazione l’Italia ne è piena, abbiamo media per tutti e per tutti i gusti, una valanga d’informazione, ma forse proprio per questo, poco assimilabile e soprattutto poco verificabile.

Mi spiego con degli esempi: Grillo in una delle sue affermazioni online, dice: “Sabato scorso a Parma tecnici e esperti hanno discusso per ore di inceneritori, dei danni alla salute, della loro assoluta inutilità, di rifiuti zero, dei tre miliardi di debiti di Iren, società quotata in Borsa e posseduta in maggioranza dai Comuni targati pdmenoelle. Nulla di tutto questo è stato riportato. La piazza vuota, semi vuota, quasi piena è stato l’unico argomento di interesse (in piazza della Pace erano presenti 3.000 persone e decine di migliaia erano collegate in streaming).Con un’informazione libera l’Italia cambierebbe in 24 ore”.

In effetti si potrebbe credere a ciò che dice Grillo, ma anche no, visto che non si ha effettivamente la possibilità di verificare quanti erano in streaming.

Ed ancora riporto ciò che scrisse Il Fatto Quotidiano tempo fa: Cosa c’entra Martin Lutero con Twitter? Parecchio. Quando il monaco tedesco pubblicò la sua traduzione della bibbia, il Vaticano non la prese bene. E c’è da capirli. Rendere fruibile al Popolo (il maiuscolo è voluto) i testi sacri senza l’intermediazione della Chiesa era un gesto rivoluzionario che metteva in crisi tutto l’apparato ecclesiastico e, a cascata, la struttura della società. Twitter, oggi, ha la stessa funzione. Attraverso il social network, le notizie circolano senza l’intermediazione dei media ‘ufficiali’, quelli che nel ventunesimo secolo sono quasi tutti controllati, monitorati, guidati, gestiti, organizzati, lottizzati, occupati, censurati e indirizzati da governi e lobby finanziarie. Non stupisce quindi che il primo ministro turco Erdogan si scagli contro Twitter, o che il governo turco arresti 24 persone accusandole di aver “incitato ai disordini e fatto propaganda” via Twitter. La stessa reazione dei principi tedeschi fedeli al papato quando i contadini tedeschi si ribellarono in seguito alla diffusione delle idee promosse da Lutero.

In questo caso si eleva Twitter ad una specie di Molok e stando a quello che ha detto Marina Petrillo nella sua trasmissione Alaska su Radio Popolare ha sottolineato la diffusione di Twitter in Turchia. Per avere una conferma della popolarità del social network nel paese di Erdogan è sufficiente fare un salto sull’ipnotico tweetping.net, in cui vengono evidenziate su una mappa le concentrazioni in tempo reale dei tweet postati. Istanbul è rappresentata da una stella luminosa con intensità pari a New York, Parigi o Londra. Insomma: un veicolo per la circolazione di informazioni che surclassa qualsiasi telegiornale o quotidiano. Una forza mostruosa di canalizzazione d’ informazioni. Ma avete mai giocato al “gioco del pesce” quello dove il primo della fila suggerisce all’orecchio del secondo una frase che poi passando da persona a persona finisce per essere un messaggio quasi completamente differente da quello lanciato? In un certo senso la stessa cosa può capitare anche su twitter ed i casi d’informazione sbagliati ce ne sono stati, e molti.

Resta il fatto che il social network è sicuramente un peso massimo che stronca sul nascere qualsiasi tentativo di addomesticare l’opinione pubblica attraverso i tradizionali sistemi di controllo, e che è impossibile battere sul piano della concorrenza ‘leale’.

Ecco quindi che si passa alla criminalizzazione del mezzo, che per Recep Tayyip Erdogan sarebbe una ‘cancrena della società’, come invece per Grillo lo sono i giornalisti.

Certo è che l’exploit del governo turco, pronto a mettere agli arresti comuni cittadini rei di aver usato Twitter per esprimere la loro opinione, è un precedente che si pone accanto all’intenzione del premier Cameron, nella democratica Inghilterra, di introdurre misure di controllo per l’accesso a Twitter e Facebook per fermare le proteste degli studenti inglesi. Ma anche qui da noi c’è da stare attenti vista la mai abbandonata legge “ammazza Internet” che puntualmente di tanto in tanto fa capolino in Parlamento.

Certo è che l’informazione è sempre al centro di appetiti diversi, il condizionare l’opinione pubblica per gruppi d’influenza è un punto fisso, e talvolta si parla d’altro per non parlar di niente. Il conflitto di interessi tra informazione e poteri forti è diventato quasi insopportabile.

Per la maggior parte siamo informati da sette televisioni e tre giornali. Le reti Rai, Mediaset e qualche rete privata, chi occupata da partiti, chi di proprietà del famoso tycon a capo di un partito e chi al potere finanziario. Un gigantesco Truman Show in cui la verità può essere menzogna e la menzogna può essere verità.

Di fatto, l’unica fortuna che ci rimane, affinché l’informazione sia il più libera possibile, è quella di usare la nostra testa con intelligenza, senza mai fermarsi alla prima “sirena”, ma invece controllando e diversificando le fonti. D’altronde farsi una propria idea, non è male.