Uno scorcio dall’interno sulla famiglia e la tossicodipendenza

Oscar Setti: esperto in manutenzione umana e autore di Eppure il Vento soffia ancora...

di Monica Miori

La colorata cornice di Casa Alloggio Lamar ha di recente accolto la presentazione del libro Eppure il vento soffia ancora... raccontato dall’autore Oscar Setti, operatore e uno dei fondatori del Centro Trentino di Solidarietà. Partendo dalla sua esperienza con Progetto Uomo, iniziativa specifica per le tossicodipendenze, Setti si è specializzato nel settore del recupero della persona con problematicità puntando sul coinvolgimento della famiglia, ritenendola parte della soluzione del problema. Il nucleo famigliare è elevato a indispensabile collaboratore nel percorso di riabilitazione terapeutica del ragazzo coinvolto: un soggetto attivo, quindi, che contribuisce a costruire un migliore comportamento nel contesto domestico qualificando positivamente le relazioni nell’intera famiglia.

L’evento che ha permesso la realizzazione del libro è stata un’epifania per Setti, una rivelazione istintiva e momentanea, manifestata in forma di sfogo da parte di una mamma.

A sentire dall’esterno sembra che il traviamento sia sempre causato da un errato sistema relazionale “famiglia” e che siano sempre i genitori ad aver sbagliato qualcosa nel rapporto col figlio.

Una semplice considerazione che ha però svelato quanto ci fosse nella tossicodipendenza un retroterra dato per scontato e minimizzato, quello famigliare. Un ambito lasciato nell’indifferenza perché il soggetto che convoglia le attenzioni è un altro. Non merita quindi una riflessione? Così Setti dedica ai genitori, ai fratelli e alle sorelle uno stimolante approfondimento.

L’autore riporta stralci di vita con immediatezza tenendo però un punto fermo, costante, in tutto lo scritto: il perno della lettura viene spostato dal ragazzo alla famiglia, esortata a partecipare al progetto formativo assieme agli operatori condividendone il ruolo di corresponsabilità educativa.

Le riflessioni proposte sono frutto dell’esperienza personale maturata col tempo in comunità, e si traducono in una carezza per tutti i genitori, i fratelli e le sorelle incontrati.

Il vento è la colonna sonora del libro che accompagna il lettore con una costante presenza storicamente pregna di riferimenti. Un elemento dalle varie sfaccettature che va dalla forza naturale che non si vede ma ha effetti devastanti, alla lettura alla latina, ventus,-i, inteso sia come vento, sia in qualità di anima, fino alla ben più evidente interpretazione biblica di manifestazione divina...un vento, quindi, che sempre soffia e si plasma nel contesto della tossicodipendenza.

Eppure il vento soffia ancora... un titolo che infonde fiducia, nonostante tutto?

Queste poche righe le ho redatte perché ho visto quanto dalla disperazione, dalle disavventure, possa fiorire la speranza. Una delle caratteristiche di Progetto Uomo è il coinvolgimento dei congiunti, prima ancora di confrontarsi con i ragazzi. Se la famiglia è resa partecipe del percorso di recupero, è stimolata a rompere dei meccanismi che la tossicodipendenza crea nell’ambiente domestico per paura e per tante altre dinamiche. Se l’operatore non ha il suo sostegno tutto il lavoro viene vanificato. Ma questo è comprensibile. Se non riesco ad educare un figlio e lo mando da qualcuno che me lo recupera, sento ancor più il mio fallimento come genitore. Talvolta, se i genitori non sono complici, tendono a riprenderselo con i vecchi meccanismi mentre, nel caso in cui abbiano partecipato al percorso e abbiano fatto fatica vera, ci stanno molto più attenti.

Risultati alla mano più la famiglia s’è resa partecipe, migliori e più efficaci sono stati gli interventi di recupero.

Oggi sono cambiate droghe ma rimane la tossicodipendenza. Che modalità di prevenzione possono rivelarsi efficaci?

In tanti anni ho sentito la parola prevenzione. Ma applicarla non è facile. Con ragazzini di prima media sto svolgendo attività di catechismo. Con loro sto cercando di costruire gruppo e sono emerse tante dinamiche. Innanzitutto è fondamentale imparare ad ascoltare e dare delle regole: questa è prevenzione. Agli inizi degli anni Ottanta c’erano i tossici ma, tolta la sostanza, rimanevano delle persone con dei valori; nei ragazzini di oggi invece non ci sono limiti ed è un ostacolo enorme se non si può lavorare su un senso di colpa. La prevenzione è far capire che hai la tua libertà ma c’è anche la libertà dell’altro da rispettare.

C’è un luogo comune molto diffuso: se un ragazzo è finito male è colpa della famiglia “disastrata”.

Il libro l’ho scritto proprio per questo. Si tende a colpevolizzare proprio l’ambiente famigliare, e sicuramente l’ho fatto anch’io, a volte sono stato persino crudo. Quanta violenza ho fatto negando a una madre o un padre di abbracciare il proprio figlio. Il primo pensiero era riparare un po’ a quello che ho fatto, anche se a fin di bene. Quando i genitori si rivolgono a un centro sono disposti a tutto. Talvolta noi educatori abbiamo richiesto loro di tutto: li abbiamo messi in un angolo quando ci faceva comodo e ripescati al bisogno. Anche se con tutte le buone intenzioni questo non legittima la mancanza di rispetto ed è come dire tu non sei stato capace, dallo a me che lo sistemo io: è stato praticare una violenza sugli affetti.

Spesso il messaggio che passa è se l’è en drogà o n’alcolizà qualcos ghè en quela famiglia. In realtà non è assolutamente vero. Mi sono trovato davanti tante persone che di diverso da me hanno solo avuto la sfortuna che il figlio sia impattato in quel mondo. E con questo libro volevo dare una carezza a quei genitori.

È proprio un luogo comune che sfaterei.

Un ragazzo con un percorso di tossicodipendenza alle spalle ha il diritto di sperare di tornare ad essere considerato una persona normalissima, senza continuare a confrontarsi col proprio passato?

Credo che non sia il ragazzo a doversi adeguare ma la società. Oggi si tende a dire che è un malato cronico, dicendo così che ci sta a fare in una comunità? Io non voglio credere a questo, penso che a una persona non piaccia fare quello che fa, ma se lavoriamo con questi ragazzi qualcosa ne può uscire. Si può, fatevi aiutare, ma si può.

Figliol prodigo e fratello incazzato...fratelli e sorelle: un argomento significativo e spesso relegato ai margini.

Premettendo che il ragazzo che si recupera non dovrebbe essere esaltato in pompa magna. Questa persona, alla fine, non ha fatto più che il suo dovere: lo fa perché lo sente lui, non per i genitori ma perché avverte l’esigenza di recuperarsi. A questi ragazzi però non si ricorda mai quello che hanno sofferto chi non si alterava con le sostanze: genitori, fratelli e sorelle. Molte volte nella famiglia ci sono altri figli che si comportano bene ma tutte le attenzioni sono rivolte a chi trasgredisce. A loro viene riservato un porta pazienza, ma sono arrabbiati più che per quello che fa il fratello, per ciò che il fratello porta via a loro: la serenità. Dietro ad una storia c’è una serie di dolore che tende ad essere trascurato. Cerco di sollevare il velo sulla sofferenza dei famigliari che viene solitamente relegata in secondo piano mentre l’attenzione è focalizzata sul male di vivere del figlio.