Oceano silenzioso

La pesca intensiva alle sardine

di Lorenzo Pupi

È del 28 settembre scorso il rapporto di Greenpeace “Blu gold in Italy” dove si analizza la vicenda del collasso del più comune pesce azzurro, nell’Adriatico settentrionale, la sardina. Ne esplora le cause e rileva aspetti preoccupanti della gestione delle risorse ittiche in Italia.

L’inchiesta si focalizza su Chioggia che, insieme al vicino porto di Pila di Porto Tolle, è uno dei porti più importanti in Italia e tra i primi nel Mediterraneo per la pesca di pesce azzurro. Qui, la cattiva gestione delle risorse ittiche ha innescato un circolo vizioso che sta condannando acciughe e sardine al declino.

Ma la storia che vi voglio riportare seppur con il medesimo oggetto e seppur ci riguardi più di quanto possiate immaginare si svolge a più di 3000 km di distanza dall’Italia, precisamente a Safì, in Marocco. Un tempo prima città lavoratrice ed esportatrice di pesce azzurro in Europa.

Situata sulle coste atlantico- occidentali del Marocco, questa cittadina, poco conosciuta dai più, l’ho raggiunta per caso dal mare lungo la rotta per la traversata atlantica. Si staglia alle pendici di una costa rocciosa visibilmente erosa dalla forza dell’Oceano e il suo porto è protetto da un imponente muraglione artificiale, unica difesa dalle immense onde e dalle forti correnti. Il suo porto è diviso in una zona commerciale relativamente recente che ospita le grandi navi cargo provenienti da Europa, centro e sud America e una parte più antica dove si trovano più di 2000 imbarcazioni da pesca di varie dimensioni.

Negli anni ‘80-’90 costituiva un avamposto commerciale strategico per gli Stati Uniti che qui giungevano con navi cariche di mais e sementi che, una volta depositati in enormi silos, venivano distribuiti in tutto il Centro Africa. Per intenderci erano le famose sementi dei programmi di aiuto promossi da organi internazionali come la Food and Agricolture Organisation, la FAO, che dovevano servire a incentivare un’agricoltura sostenibile nei paesi africani in via di sviluppo. Peccato fossero sementi sterili e non riproducibili, di fatto una truffa a livello internazionale di cui si è detto ancora poco. Negli anni le priorità sono cambiate, i silos sono rimasti in stato di abbandono divenendo dimora per migliaia di topi e si è espanso il business della pesca, in particolare alla sardina e acciuga.

Come mi ha riferito un nostro amico e commerciante di pesce nato e cresciuto in questa terra di confine, se negli anni ‘90 si fosse potuto sbirciare idealmente dietro l’etichetta di una qualsiasi scatola di acciughe comprata in Italia, Francia o Spagna, si sarebbe scoperta la sua reale provenienza: certamente dalle fabbriche di lavorazione del pesce di Safì. Se fino ai primi anni del 2000 ci si recava a sud della città, era possibile percorrere più di mezz’ora di macchina in una strada affollata e circondata da un numero sterminato di piccole, medie o grandi aziende di lavorazione e confezionamento del pesce appena pescato, e che costituiva la base di partenza del più grande mercato di esportazione verso tutta Europa.

Vi lavorava il 90% della popolazione di Safì, le donne in fabbrica e gli uomini in mare sui pescherecci e nella filiera distributiva. Motivo di grande orgoglio per tutti, visto che transitavano migliaia di tonnellate di pescato al giorno, oggi questo grande complesso ha fatto la fine dei grandi silos di cui sopra, cioè in totale abbandono, lasciando senza lavoro centinaia di persone.

Safì si è infatti riconvertita in città industriale, in particolare qui è presente il più grande complesso chimico planetario per la produzione di acido solforico, indispensabile in molti processi produttivi. Le navi arrivano da tutto il mondo, scaricano enormi quantità di zolfo grezzo che, con lunghi treni, viene portato al di là delle vecchie fabbriche di acciughe, dove ora sorgono enormi ciminiere, con alla base intricati e complessi sistemi di tubazione zincata, come enormi alambicchi. Si ha proprio l’impressione di essere in un gigantesco laboratorio chimico affacciato sul mare. Come potete immaginare forse era meglio l’odore del pesce... Nonostante la riconversione industriale però la pesca continua e ogni settimana centinaia di pescherecci superano il muraglione del porto di Safì e vi tornano con la stiva carica di questo prezioso oro blu di cui l’Atlantico orientale sembra, per ora, conservarne grandi quantità.

 Se è vero che il Mar Mediterraneo è senza pesce, è altrettanto vero che questa situazione era già palese quasi 20 anni fa, quando cioè i danni di una pesca indiscriminata e le concessioni date a paesi terzi come Giappone e Danimarca facevano si che buona parte del pesce azzurro che capitava sulle nostre tavole provenisse proprio dalle coste atlantiche del Marocco. Ciò che sta succedendo in Marocco e che coincide con la nostra esperienza nazionale pregressa, è l’apertura di questo mercato ad attori stranieri, Russi e Cinesi in questo caso, che giungono con gradi navi cargo dotate di enormi celle frigo e che appena fuori dalle 12 miglia della acque territoriali acquistano a prezzi da strozzinaggio il pescato che i marocchini non hanno più la possibilità di lavorare a causa di politiche statali scoraggianti. Il risultato è la presenza di vere e proprie fabbriche galleggianti straniere che stanno contribuendo a perpetrare una razzia spietata, non regolamentata e forse spalleggiata dallo stesso governo che spera di ricavare da questi rapporti commerciali qualche beneficio indiretto. E intanto, come sempre, sono le risorse naturali a pagarne il prezzo peggiore. Infatti la sardina e l’acciuga costituiscono la base nella scala alimentare per molti altri pesci come tonni, cetacei di grosse dimensioni e delfini, già minacciati da fattori come l’inquinamento e a loro volta la pesca indiscriminata come nel caso eclatante del tonno, appunto. Per la cronaca sono almeno quattro anni che mi rifiuto di comprare o consumare tonno in scatola da quando ho saputo i metodi di pesca invasiva, con relativo approfondimento sulla lavorazione e distribuzione. Consiglio di informarvi a riguardo.

Finché il commercio era gestito in toto dai pescatori e commercianti marocchini vi era una certa attenzione legata al non pescare troppo, o almeno evitare i periodi di riproduzione del pesce. Ora le richieste di pesce azzurro a livello Europeo e Asiatico sono aumentate esponenzialmente e, visto che il Mediterraneo non è più in grado di soddisfarle, molti Paesi hanno pensato di venire a fare affari qui, in Marocco. Qualsiasi periodo dell’anno va bene e, nell’ottica costi-benefici, il tempo è denaro: maggiore è la quantità che ognuno riesce a soddisfare meglio è. D’altronde per i pescatori marocchini non ci sono alternative, o pescano e vendono il pesce direttamente agli stranieri o fanno la fame.

Il diritto internazionale nella sua declinazione sul “diritto del mare” potrebbe risolvere la questione e fornire delle risposte univoche, soprattutto grazie a strumenti di intervento come le decisioni della International Court of Justice (ICJ). In passato ha già dimostrato il suo valore prendendo posizione in due casi “Salmon an Herring “ del 1988 e dieci anni dopo “Shrimp and Turtle “, nei quali è stato riconosciuto l’indebito sacrificio di risorse naturali a dispetto di interessi economici. Peccato che l’efficacia della stessa Corte sia limitata, come cita pure l’art. 59 del suo statuto, ad una decisione valida per i soli soggetti parte del procedimento. Come dire che ogni caso è diverso, la tutela delle sardine ipoteticamente decisa in Mediterraneo non potrebbe essere valida in futuro per le sardine atlantiche poiché bisognerebbe instaurare nuovo e diverso procedimento. Che si parli di tutela dei salmoni, delle tartarughe o delle sardine, sempre di tutela ambientale si parla. Una tutela oggi più che mai imprescindibile, che non si lega più a ideali di pochi ambientalisti, ma investe la vita e l’esistenza di tutti noi. Cresciamo in una realtà dove ci insegnano a vedere il mondo come una risorsa da sfruttare, talvolta da sprecare in nome di un benessere che risulta poi essere fittizio e che di solito va ad arricchire un meccanismo suicida governato da pochi individui che hanno un solo scopo: fare profitto senza dare nulla in cambio.

La strada c’è, ed è quella di ridare valore alle tradizioni locali, nel caso in esame ridare la possibilità ai pescatori di Safì, con sovvenzioni governative, di seguire tutta la filiera di produzione: dalla pesca alla distribuzione, fissando paletti temporali e quantitativi che permettano nel lungo periodo uno sfruttamento il più possibile sostenibile delle risorse ittiche, variando anche le tecniche di pesca, preservando le tradizioni locali e garantendo un futuro certo a tanti lavoratori che dovranno imparare a vedere l’ambiente come un figlio da curare e non come un grosso supermercato da razziare.