Il prezzo della libertà

La conversione delle pene pecuniarie in pene detentive

di Giulio Thiella

Cosa avviene quando una persona non ha i mezzi per pagare una pena pecuniaria derivante da un procedimento penale per il quale è stato condannato? In Italia è previsto che nel caso in cui un soggetto non esegua le pene della multa o dell’ammenda, comminate dalla legge per il compimento di qualunque reato, egli subisca la conversione della pena in libertà controllata.

L’istituto della libertà controllata è usato sia come sostituto delle pene detentive brevi, che nei casi di conversione per insolvibilità e prevede una serie di obblighi particolarmente onerosi per il condannato, quali il ritiro del passaporto e il divieto di espatrio, la sospensione della patente di guida, l’obbligo di presentarsi giornalmente presso le forze dell’ordine e la possibilità di recarsi fuori dai confini del comune di residenza solo previa autorizzazione specifica approvata dal Magistrato di Sorveglianza.

In Germania la situazione è diversa; infatti il sistema penale tedesco prevede l’applicazione della pena detentiva se non viene adempiuta quella pecuniaria, che solitamente è irrogata in maniera esclusiva, diversamente da ciò che avviene nel nostro ordinamento dove viene accompagnata ad altre pene limitative della libertà. Un sistema come quello germanico sembra voler trattare la libertà come moneta di scambio, accompagnando la conversione di pena a macchinosi procedimenti di calcolo, funzionali all’individuazione del valore della “giornaliera privazione di libertà” del malcapitato, calibrandolo sulle condizioni personali e patrimoniali di quest’ultimo.

Scontare una breve quanto spiacevole permanenza all’interno di un istituto di pena a causa dell’impossibilità di pagare una multa è un atto di pura intimidazione verso i cittadini, dove non si può scorgere alcuna funzione rieducativa per il malcapitato, che in carcere ha giusto il tempo per sentirsi solo un po’ più criminale di prima.

Fortunatamente anche questo modello ha delle attenuanti, infatti è previsto che la pena sostitutiva non venga eseguita se rappresenti un’eccessiva durezza, un onere ingiusto(Unbillige Härte)per il reato commesso in origine.

Ma perché lo Stato veste i panni del sequestratore in attesa del riscatto? La funzione di prevenzione è evidente: chi non adempie con il denaro, paga con la libertà. Manca però la funzione di riparazione del danno, in quanto non viene data la possibilità al soggetto di rimediare a suo inadempimento, come invece potrebbe fare con il lavoro sostitutivo previsto anche nel nostro ordinamento.

In Italia non è concesso ricorrere alla pena detentiva per sostituire quella pecuniaria; la Corte Costituzionale si è pronunciata a riguardo nel 1979 dichiarando l’illegittimità dell’articolo 136 del nostro codice penale, che prevedeva una soluzione assimilabile al modello tedesco.

Obbligare un soggetto ad un periodo di detenzione sostitutivo difficilmente porterà un guadagno allo Stato o alla società, basti pensare ai costi che un detenuto rappresenta per il sistema carcerario e penale. Bisogna poi considerare che in questo modo il carcere viene usato in maniera impropria, in quanto dovrebbe essere uno strumento residuale o comunque atto ad ospitare quei soggetti considerati pericolosi, coloro che si sono macchiati di crimini violenti. La contraddizione più evidente è rappresentata dal fatto che se una persona è stata condannata a multe o ammende, significa che quella era la pena adatta per le loro azioni, invece una pena che verte sulla libertà personale si oppone alla tendenza moderna che mira ad evitare dannose e controproducenti permanenze brevi in carcere.

Adottando una simile politica criminale si rischia di monetizzare eccessivamente la nostra vita, mettendo sullo stesso piano il denaro con un bene come la libertà, che non dovrebbe ammettere simili valutazioni economiche.