Rifiutare il voto per farsi sentire

La rinuncia a un diritto come protesta pacifica

di Giulio Thiella

Il diritto di voto è il simbolo per eccellenza di democrazia, partecipazione e di libera scelta; non vi è modo migliore per intervenire nelle decisioni che riguardano tutti noi.

Alle recenti elezioni politiche la popolazione carceraria italiana ha lanciato un messaggio molto forte, infatti l’affluenza alle urne appositamente preparate negli istituti di pena sono rimaste quasi vuote. La regione con la minore affluenza è stata la Sicilia dove solo il 5% dei detenuti ha deciso di esprimere la loro opinione politica sulle schede elettorali.

“Anche la popolazione detenuta siciliana ha sfiduciato la classe politica candidata alle elezioni”: queste le forti parole di Mimmo Nicotra, vice segretario generale del sindacato autonomo della polizia penitenziaria, così come riportato dalla rivista di informazione sul carcere “Ristretti Orizzonti”.

I detenuti molisani del carcere d’Isernia si sono uniti in una decisione difficilmente fraintendibile: infatti, nessuno degli ospiti dell’istituto ha fatto valere il suo diritto di voto e il seggio è andato deserto. Una protesta così esplicita contro le condizioni in cui versano le carceri non era mai avvenuta: un silenzio elettorale che diventa protesta pacifica, simbolo di una condizione di disagio che non accenna a migliorare né con il passare del tempo né con il susseguirsi delle conformazioni politiche più disparate.

Ma tutti i detenuti possono votare? La risposta è negativa, la prima cosa su cui porre l’attenzione è il fatto che molti detenuti in Italia sono stranieri e di conseguenza non potrebbero votare nemmeno se fossero ancora liberi. In secondo luogo, dei cittadini italiani detenuti, possono esprimere il loro voto solamente coloro ai quali non è stata comminata la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, che impedisce al soggetto di votare ed essere votato, nonché di ricoprire pubbliche funzioni. Questa pena può esser temporanea, con una durata che varia da 1 a 5 anni, oppure perpetua, che si accompagna alla pena principale per tutti quei soggetti condannati all’ergastolo o alla reclusione non inferiore ai 5 anni.

La scelta, quindi, di non votare rispecchia una grave diffidenza verso l’istituzione, considerata come quel genitore che dovrebbe (ri)educare e accudire, ma che invece abbandona e trascura. Né l’organo legislativo né quello esecutivo sono riusciti nell’impresa di rifondare un’istituzione che versa in condizioni molto difficili: carenza di spazio, di risorse e soprattutto di soluzioni. Il problema più pressante per i detenuti è probabilmente il sovraffollamento, che impedisce la pacifica permanenza nelle carceri e che inficia il programma rieducativo sul quale si dovrebbe fondare l’istituto. Per questo motivo la protesta molisana si può anche interpretare come una disperata richiesta di un provvedimento di amnistia che alleggerirebbe in un breve lasso di tempo le carceri italiane di un rilevante numero di ospiti, dando così loro un’altra possibilità oltre le sbarre, e un po’ di respiro a coloro che rimarrebbero in custodia. Ma una questione mi sorge spontanea: come si può pretendere di cambiare le cose se non si prende parte a quelle rare occasioni in cui l’opinione dei cittadini è posta al centro dell’attenzione?