Soffocati dal carcere

Quando la situazione diventa insostenibile serve una svolta radicale

di Giulio Thiella

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha nuovamente condannato l’Italia per il poco spazio che le nostre inadeguate strutture carcerarie concedono ai detenuti. Già nel 2009 vi era stata una condanna simile, e purtroppo la situazione non sembra migliorata di molto; non si può negare il fatto che lo status di carcerato in Italia sia decisamente peggiore della media europea, una situazione che ci si aspetterebbe quasi di riscontrare in un paese del terzo mondo. I dati parlano chiaro: con una popolazione carceraria che raramente ospita meno di 65.000 soggetti e una capienza regolamentare poco superiore ai 45.000 posti le possibilità non sono molte: o vengono aumentati i posti, o si sfruttano misure alternative alla detenzione, ma stipare le persone in uno spazio non atto ad accoglierle, dove ognuno ha meno di tre metri quadri per mangiare dormire e vivere è inaccettabile. Eppure da anni si continua a procedere in questa direzione, senza accorgersi di aver imboccato un vicolo cieco. Con il sovraffollamento la missione rieducativa diventa più difficoltosa e si affievoliscono le attenzioni di cui ogni singolo soggetto ha bisogno, in base alle peculiari necessità.

Lo stesso esempio lo si può fare con il nostro sistema scolastico; se le scuole dell’obbligo fossero organizzate in classi da centinaia di studenti, nessuno riuscirebbe ad avere un’educazione adeguata.

Se le strutture carcerarie ospitano un numero esagerato di soggetti, senza distinzione tra chi deve scontare una condanna definitiva e chi invece si trova in prigione da lungo tempo in attesa di giudizio senza ancora aver affrontato un processo. Dal periodo di detenzione difficilmente si potranno guadagnare dei benefici rilevanti; dove vi è disorganizzazione difficilmente si riesce a ricreare un ordine interiore. L’articolo 27 della Costituzione italiana prevede “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” e al comma successivo “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Uno Stato democratico e civile, dotato di una Carta costituzionale lunga e dettagliata, che non è in grado di attuare, ma anzi perpetra le proprie condotte in violazione di principi così importanti, è uno Stato che non sa prendersi cura dei suoi cittadini, soprattutto di quelli che dimostrano di essere in maggiore difficoltà. Non solo non siamo evidentemente in grado di mantenere le promesse e i buoni propositi costituzionali, ma nemmeno gli impegni europei e internazionali ci spronano a dare un taglio netto all’illegalità perpetrata da anni in ambito penitenziario.

Alla grave situazione si sono interessati in molti, come sempre succede nel breve periodo in cui viene data rilevanza mediatica a particolari avvenimenti come la sentenza, però il problema persiste in modo continuato da troppo tempo, anche durante i periodi in cui l’interesse di radio e tv si sposta su altri temi.

Un contributo irrinunciabile proviene da chi costantemente si occupa del problema, cercando continuamente soluzioni di breve o lungo periodo, da chi dietro le mura vi lavora da anni e ha come obbiettivo quello di rendere il periodo di privazione della libertà meno penoso e logorante per l’individuo, e da chi continua a portare avanti scioperi della fame in nome dei diritti dei carcerati.

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ci dà la possibilità di guardare in faccia, da vicino, il problema. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’ha definita come una “mortificante conferma della incapacità del nostro Stato a garantire i diritti elementari dei reclusi in attesa di giudizio e in esecuzione di pena”, da questa consapevolezza dobbiamo ripartire, analizzando punti deboli e punti di forza di un sistema che va messo in discussione per creare qualcosa di più utile per l’intera società, o quantomeno trovare un metodo di detenzione compatibile con i diritti umani e civili che ogni singolo necessita.