Un po’ meno soli

Come dare voce a chi non viene ascoltato

di Giulio Thiella

Uno degli aspetti più traumatici della permanenza in carcere è probabilmente l’esclusione dalla società, dal mondo esterno libero e in continuo movimento, ma soprattutto la mancanza di contatto con coloro che attendono da fuori il termine della pena per riabbracciare i propri cari, e dar loro un’altra possibilità.

Questa assenza di partecipazione alla vita sociale, unita alla mancanza di un continuo controllo degli organi preposti alla rieducazione, rischia di portare il detenuto verso la via opposta, cioè seguire comportamenti errati imparati negli stessi istituti di pena che in questo modo diventano delle vere e proprie scuole del crimine.

L’ordinamento italiano tende a conservare e tutelare le relazioni familiari affinché non venga meno il legame con l’esterno; legame che spesso rimane l’unico appiglio a cui il detenuto si aggrappa per sopportare il peso della pena.

L’Ordinamento Penitenziario prevede infatti, all’articolo 28 legge 354/1975 rubricata “Rapporti con la famiglia”, una tutela particolare volta a preservare il vincolo familiare altrimenti annichilito dalla distanza fisica:

“Particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie.”

Vi sono, in alcuni istituti penitenziari italiani, dei progetti che mirano a sviluppare il contatto tra il mondo oltre i muri e le recinzioni e il mondo interno ad esse, come per esempio i giornali scritti dai detenuti. Questi possono essere utili sotto molteplici aspetti infatti i carcerati stessi devono organizzare tra di loro la redazione, dividendosi quindi i compiti e ponendo delle date, dei termini improrogabili entro cui il lavoro deve essere compiuto e questo, unito al bisogno di cooperazione e coordinazione tra più soggetti, dà la possibilità al detenuto di impegnarsi attivamente per la realizzazione di un progetto comune.

Un simile impegno, quando viene portato a termine regala a chi vi ha investito tempo ed energie enormi soddisfazioni, oltre a poter far conoscere la vita e le difficoltà quotidiane di chi non ha più la sua libertà.

Il giornale è quindi un’attività di forte stimolo per coloro che devono passare lunghi periodi tra i cancelli di un Istituto, nonché una voce diretta che può raccontare difficoltà che spesso da fuori non si possono nemmeno cogliere.

Un esempio paradigmatico è quello di Vincenzo Andraous, che in cella scoprì le sue grandi doti di scrittore e poeta, da solo, senza lo stimolo dato da progetti carcerari. Non tutti però prendono in mano carta e penna per esprimere le loro idee ed è per questo motivo che diventa di basilare importanza mettere a disposizione strumenti adatti per introdurre i soggetti a queste attività intellettuali e portare a galla attitudini e capacità magari ancora sopite o mai messe in pratica.

La Casa di Reclusione di Padova insieme al carcere femminile della Giudecca danno la possibilità da anni di redigere un giornale dall’interno dei due istituti; il periodico si chiama Ristretti Orizzonti e dagli stessi organizzatori viene definito”una linea diretta tra carcere e città”.

I detenuti vengono appoggiati all’esterno dall’associazione di volontari Carcere e Territorio, i quali gestiscono soprattutto la parte non cartacea della rivista come per esempio il sito internet di riferimento. Questo perché all’interno delle due carceri non vi è accesso alla rete informatica multimediale.

Ristretti Orizzonti tratta di svariati temi tra cui il disagio da dipendenze, la violenza in carcere, il rapporto con il territorio e molti altri aspetti tipici della privazione di libertà imposta dal tribunale come salute lavoro e cultura all’interno degli istituti di pena.

Un altro esempio di redazione in carcere è la rivista Zona 508 redatta dai detenuti delle carceri di Verziano e Canton Mombello entrambi a Brescia; l’ ultimo dei quali tristemente noto per essere il più sovraffollato d’Italia, dove si possono assistere a condizioni di vita insostenibili. Un esempio è rappresentato dalle celle minuscole dove vengono stipate più di 15 persone con un solo servizio igienico, e dove ognuno non ha più di mezzo metro quadro di spazio a fronte dei 7 metri minimi fissati dalla Corte di Giustizia Europea per poter definire l’istituto un carcere e non un lager. Pensare che in queste condizioni gli stessi detenuti hanno trovato la forza di unirsi e raccontare le loro difficoltà tramite un giornale, è un segno della forza di questi soggetti che non vogliono arrendersi e ogni mese affrontano gli ulteriori problemi riguardanti i fondi da stanziare per impaginare, stampare e distribuire il frutto di tanta fatica.