Il disagio nelle carceri italiane: poche soluzioni per tanti problemi

di Giulio Thiella

“Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni” - Fëdor Michajlovic Dostoevskij -

Il grande scrittore russo, che all’epoca parlava del nostro paese come di una “grande civiltà in un piccolo Stato”, mai avrebbe esternato entrambe queste riflessioni se fosse vissuto in epoca contemporanea, in quanto si sarebbe purtroppo contraddetto.

È innegabile che la situazione dietro le sbarre tricolore sia particolarmente critica ormai da tempo, colpa delle scelte di politica criminale attuate negli ultimi anni, o forse per colpa della mancanza di strutture atte ad accogliere lo straripante numero di persone che necessitano di un trattamento rieducativo (così come sarebbe sancito dall’art 27 comma 3 della Costituzione - “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”-).

Forse il vero problema è la tendenza a fingere di non vedere piuttosto che guarire, o limitarsi a usare medicine inadatte per una malattia ormai cronica degli istituti di pena, infatti una gamba spezzata non torna a camminare se curata con antidolorifici e guardare da un’altra parte non può che portare ad un aggravarsi della situazione.

Ma cosa si è cercato di fare negli ultimi anni per risolvere la difficile situazione in cui versa il sistema carcerario?

I provvedimenti più recenti hanno tentato di risolvere il problema più urgente e notevole: il sovraffollamento. L’indulto del 2006 (legge 241/2006) ad esempio, alleggerì gli istituti penitenziari di ben 25.694 detenuti con condanne sotto i tre anni, 22.477 dei quali vennero liberati nel solo mese di agosto di quell’anno; a sei mesi dall’inizio delle scarcerazioni il tasso di recidiva era solo dell’11%, un valore tendenzialmente basso ma quasi doppio

rispetto al campione dei soggetti provenienti dalle misure alternative, che si aggira intorno al 6%. Valori estremamente bassi se si pensa alla recidiva ordinaria che raggiunge il 68%, rappresentata da quei soggetti che commettono un reato dopo aver terminato la permanenza in carcere, e che di conseguenza devono tornarci.

Diverse critiche sono state mosse contro il provvedimento di indulgenza in quanto, a differenza dell’amnistia, questo elimina solo la pena principale, ma non estingue il reato e di conseguenza grava sui tribunali, obbligati a concludere l’intero iter processuale, e sulle strutture esterne al carcere come i SERT(servizi per le tossicodipendenze), che si trovarono impreparati ad un aumento vertiginoso dei soggetti che necessitano di assistenza e di trattamenti specifici volti alla risocializzazione.

Per ultimo il recentissimo Decreto Legge del 22 dicembre 2011, n. 211 (convertito in Legge 17 febbraio 2012, n. 9) recante “Interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri”, prontamente rinominato “Decreto svuota carceri” dalla stampa. Questo intervento, più che svuotare le carceri, ne previene l’ingresso dando la precedenza a misure meno restrittive come la custodia dell’arrestato presso l’abitazione per reati che prevedono l’arresto in flagranza.

Il Decreto prevede anche che venga dimezzato da 96 a 48 ore il termine entro il quale deve tenersi l’udienza di convalida dell’arresto, e la chiusura entro il 2013 degli OPG(ospedali psichiatrici giudiziari), considerate strutture inadatte e ormai superate.

L’utilizzo di misure alternative al carcere pare favorire il percorso risocializzativo, la reintegrazione nella società e in qualche modo attenua il rischio di ricaduta nel reato rendendo più pacifico il reinserimento del reo nel mondo civile.

Abbandonare la pesante etichetta di galeotto resta comunque difficile, spesso rende quasi impossibile il ritorno a una vita normale, o trovare un lavoro, o semplicemente sentirsi accettati nel mondo libero.

Concludo come ho iniziato, con la citazione di un grande uomo; parole sagge che dovrebbero servire da guida a tutti coloro che per lungo tempo dovranno chiamare “casa” un istituto penitenziario, a chi in carcere si reca ogni mattina per lavorare, ai politici che troppo spesso fingono di non vedere per non imbarcarsi in un’impresa alquanto ardua, a tutti coloro che si occupano del sistema carcerario e anche a tutti i comuni cittadini; perchè l’indifferenza e il disinteresse sono solo due dei tanti problemi di questa realtà.

Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla. - Martin Luther King -