Dal Servizio Civile ad una vita dedicata alla musica

Intervista a Maria Devigli

di Lorenzo Pupi

Forse vi è capitato di notare leggendo il nostro giornale che a noi piace particolarmente raccontare le storie e le esperienze attraverso le interviste. Qualcuno lo vede come una comoda occasione per riempire spazi sulle pagine delle riviste. Noi riteniamo sia invece uno strumento da usare quando le parole dell’interessato non abbiano bisogno di intermediari, anzi debbano correre libere per disegnare meglio un pensiero che non si può semplicemente raccontare.

Maria, eccoti di nuovo alle prese con la redazione di Pro.di.gio., ma questa volta a rivestire il ruolo di intervistata, sarai tu... Hai piacere di raccontare chi sei ai nostri lettori?

Certo e devo dire che è un grande piacere tornare in queste pagine seppur in una veste diversa. Sono sempre io e, nello stesso tempo, non sono più io. Come una volta, credo nella forza della parola e della comunicazione ma la differenza è che al tempo in cui ero a Prodigio (2003-2004) mai e poi mai avrei pensato di vivere di musica e di cantautorato. Eppure oggi sono una cantautrice e non una giornalista. In fondo ho sempre a che fare con la parola e con la comunicazione.

Durante la tua esperienza di volontariato nel Servizio Civile, hai scoperto qualcosa di te che prima non conoscevi?

Sì ho scoperto un sacco di cose, su di me e sul mondo. Ad esempio, ho potuto toccare con mano alcuni luoghi comuni sulla disabilità, conoscere da vicino le difficoltà di chi si deve spostare con una carrozzella. Ho potuto anche appurare come spesso le peggiori barriere sono quelle mentali e che da quelle derivano quelle architettoniche e culturali. Ma ho scoperto anche tante storie piene di coraggio, la forza di chi deve sottoporsi alla dialisi ad esempio o quella di chi, dopo esser sopravvissuto ad un bruttissimo incidente e alle lesioni che questo ha comportato, non solo è riuscito a dare un senso nuovo alla sua esistenza ma ha donato un grande contributo alla sua comunità. Questo è il caso di Pino Melchionna, il vostro presidente.

Come la tua sensibilità musicale, intrecciata alle altre tue esperienze di vita, ti aiutano a leggere il mondo circostante?

La sensibilità è fondamentale nell’arte e nella vita ma va mediata con una buona dose di piedi per terra e, soprattutto di attitudine al miglioramento. Oggi siamo bombardati da notizie negative che portano a una de-sensibilizzazione generalizzata. Ma la sensibilità è una prima forma di contatto con il mondo, per questo penso che la comunicazione mediatica massificata sia da evitare perché porta ad un grande paradosso: nel momento in cui ti dice di metterti in contatto con il mondo ti leva il contatto con il mondo.

In occasione dell’incontro aperto presso la Facoltà di Sociologia di Trento, dal titolo “lavoro molesto- la violenza sulle donne nei luoghi di lavoro”, hai intrattenuto i presenti con le tue canzoni. Puoi raccontare i messaggi che volevi trasmettere?

Ho portato alcune canzoni, in particolare la prima “La ragazza con la chitarra” tratta del primo anno in cui ho cominciato a fare la cantautrice girando in giro per l’Italia a fare concerti. Ero da sola e spesso quello che faceva scalpore era il fatto che viaggiavo in lungo e in largo senza protezione maschile. Alla faccia dell’indipendenza femminile!

Credo che la tua particolare sensibilità traspaia chiaramente dai testi delle tue canzoni. C’è quindi qualcosa che vorresti aggiungere rispetto al triste tema delle molestie sulle donne nel luogo di lavoro? E cosa pensi serva perché si arrivi finalmente ad un cambiamento culturale che sancisca effettiva parità tra i sessi?

La violenza è una presenza costante nelle nostre vite e in diverse forme. Questo perché l’uomo civile è spesso solo un essere primitivo mascherato se non c’è stata un’effettiva evoluzione della coscienza e dello spirito individuali. La cultura la facciamo noi, un cambiamento culturale deve passare prima per un cambiamento della coscienza individuale.

È uscito il tuo nuovo album, rappresenta qualcosa di particolare per te?

Rappresenta una tappa importante. Questo album, o meglio questo EP, è il frutto del Premio Pavanello, un concorso per cantautori che ho vinto nel 2010 e in cui si vinceva, per l’appunto, la produzione di un disco. Ho avuto quindi la grande fortuna di avere una produzione totale (oggi cosa assai rara) dall’etichetta Gulliver Studio Production di Alex Carlin.

Il titolo dell’album è La Semplicità, un concetto che amo molto e che per me è sinonimo di limpidezza e chiarezza. Anche nel giornalismo la semplicità è un grande valore e questo l’ho imparato nella mia esperienza a Prodigio anche grazie alla guida del mitico caporedattore Ugo Bosetti!