“Non chiamatelo Venerdì: per un bimbo è un nome ridicolo”

L’importanza del nome e di come alcuni genitori scelgano nomi stravaganti, apparentemente incuranti che i loro figli dovranno portarlo per tutta la vita...

di Ugo Bosetti

Mara e Roberto, baristi liguri di Nervi, intendevano metter nome al loro figlio “Venerdì”. Sì, avete capito bene Venerdì, come Lunedì o Giovedì! Fortunatamente, il tribunale di Genova era intervenuto subito per impedire la registrazione del piccolo all’anagrafe con quel nome.

I due, però, non mollano e ricorrono alla Corte d’Appello di Genova che, ahiloro tapini, conferma la decisione del tribunale: il bimbo, 15 mesi, dovrà chiamarsi Gregorio (santo del giorno di nascita).

Davvero ineccepibile e ben articolata la sentenza dei giudici: la scelta dei genitori va rifiutata, come prescrive la legge per gli appellativi “ridicoli o vergognosi”: il nome Venerdì avrebbe trasformato il bimbo nello “zimbello del gruppo”, precludendogli “serene relazioni interpersonali”.

Tre le considerazioni: la letteraria, la religiosa e la popolare. Secondo i giudici, da un punto di vista letterario, il nome Venerdì comporta il collegamento immediato all’indigeno salvato da Robinson Crusoe: una figura caratterizzata da un ruolo servile, di sudditanza e di inferiorità la quale, pur elevandosi dal suo stato di creatura selvaggia, non arrivava mai ad essere equiparabile all’immagine dell’uomo civilizzato; da quello religioso, i giudici hanno ricordato poi che, al venerdì come giorno della settimana, sono notoriamente connesse connotazioni di tristezza e di penitenza. Infine, da quello popolare, è associato a connotazioni negative, di menagramo e sfortuna: venerdì 17! Per concludere con: È proprio la diffusione di un prenome ad escluderne l’inusualità, la stranezza, la bizzarria e, quindi, il ridicolo.

Ben ha fatto!! Ve li immaginate di quante prese in giro all’asilo, a scuola, in squadra sarebbe stato vittima il piccolo se i genitori avessero vinto? Al primo piccolo screzio lo avrebbero rimbeccato con scherno “Si badrone”, se fosse stato ciccio gli avrebbero ricordato che Venerdì è da magro e se fosse stato magro che la settimana ha altri sei giorni per abbuffarsi!

Questo di dare un nome originale o updated ad un figlio impossibilitato, per l’età, ad esprimere il proprio gradimento è un vezzo ciclico: trent’anni fa, ai tempi di Dallas, andavano a manetta Jeiar e Suellen, poi venne Beverly Hills e largo ai Brenda e Brandon (se peserà il 20% in più dei coetanei, quanto ci metterà a cadere la “r”?), poi fu il turno delle Daiana, Gion, Ilary, intramezzati da Kociss, Jago, Kizia, Tubata, Kevin, (speriamo non alzi il gomito).

Ben lo ha rimarcato il mese scorso Luciana Littizzetto, ospite fissa nel programma di Fabio Fazio “Che tempo che fa” in onda su Rai3 ogni sabato e domenica sera.

In un batti e ribatti con il conduttore, sbeffeggia i protagonisti della cronaca dell’ultima settimana: tempo fa al centro dei suoi lazzi il nome dato all’ultimo degli Agnelli: Oceano! Ne era uscita con una serie di battute esilaranti tanto sul nome quanto sui genitori che lo avevano scelto: Gli darete un diminutivo? Oce? Ocio? Ano? Concludeva poi: Ma non si rendono conto questi qui (i genitori) che uno il nome se lo porta dietro tutta la vita?

Un figlio ha il diritto, prima di tutto, di essere rispettato e non preso per i fondelli per il proprio nome! Quindi perché volerlo handicappare fin dalla culla o addirittura ancora nel ventre materno con un nome ridicolo che fatalmente, ad ogni bisticcio, gli verrà ricordato e storpiato in faccia? Il nome proprio è il primo suono, perlopiù emesso dalla madre, che un neonato riconosce e dal quale si sentirà identificato per tutta la vita agli occhi degli altri.

Vari studi confermano un’ipotesi millenaria: un nome ridicolo può avere effetti negativi su chi lo porta. L’ultimo, il mese scorso della Yale School, ha dimostrato come perfino le iniziali del nome possano influenzare negativamente la nostra vita.

Ben lo sapevano gli antichi latini quando parlavano di “nomen est omen” traducibile con un “il destino nel nome”, a sottolineare l’importanza determinante di un nome per chi lo porta. Non ci vuole molto a risolvere l’inghippo: basta mettere per primo un nome “da cristiano” e poi, come secondo, un altro qualsivoglia: nel caso degli Agnelli, prima Marco, poi, a piacere, Catalitico, Po’ o Desmodromico, per lui; Alessandra, poi Fiat, Duna e Ecologica per lei. Per i più plebei, Grammofono, Lupo, Branko, ecc... Sarebbe stato nelle opportunità del ragazzo, da grande, adottarlo o meno.

il vostro “Ugo“