Diversamente cinema

Alcuni dei grandi film che hanno trattato il tema della disabilità sul grande schermo

di Fabrizio Venturelli

Il cinema è un meraviglioso mezzo di comunicazione capace di trasmettere pensieri, sensazioni, opinioni, desideri, critiche e molto altro. L’impatto dell’immagine sul grande schermo, una buona colonna sonora, l’attore del momento o quello sconosciuto ma atteso sono solo alcuni degli ingredienti per assicurare al film una buona affluenza nelle sale e incassi al botteghino. Non solo però! La potenza di questo mezzo di comunicazione è tale da consentirgli di trattare temi difficili e, apparentemente, d’insufficiente interesse per il grande pubblico con conseguente minor cassetta.

Tra questi disabilità e handicap. In quanti film abbiamo visto un disabile nei panni del protagonista riuscire a coinvolgere lo spettatore? In tanti, persino in tempi non così recenti, tanto da poter parlare di un ruolo determinante del cinema nel rendere la disabilità un fatto abituale, ormai parte della nostra quotidianità.

Uno dei primi film fu Il gobbo di Notredame, nella versione cinematografica del 1923 diretta da Wallace Worsley, con protagonista un uomo curvo e deforme. E ancora Freaks di Tom Browning, del 1932, un film in cui praticamente tutti i protagonisti hanno una qualche malformazione. Fa parte della storia del cinema la scena dell’uomo che, privo di braccia e gambe, si accende una sigaretta solo con la bocca.

Ancora, dallo sceneggiatore di Quarto potere di Orson Welles e Mankiewicz, troviamo L’idolo delle folle (biografico, 1942), di Sam Wood con un Gary Cooper commovente nella parte di Lou Gehrig, asso degli Yankees. Dopo sedici anni da protagonista sui campi, venne colpito da una grave forma di sclerosi multipla che lo stronca a 37 anni. E poi Mandy, la Piccola Sordomuta, di Alexander MacKendrick, film drammatico del 1952 che affronta i problemi dell’educazione di una bambina sordomuta. Il padre tenta di isolarla per proteggerla, la madre vuole mandarla a una scuola di rieducazione e, dopo aspri scontri, la spunta.

Forse anche per i tempi che correvano, nel 1971 esce E Johnny prese il fucile, di Dalton Trombo, esordiente regista e sceneggiatore, che narra di Joe Benham (Donald Sutherland), colpito da una cannonata nell’ultimo giorno di guerra. L’esplosione gli porta via gambe, braccia e parte del viso, quindi vista, olfatto, udito e parola. È un’atroce requisitoria contro la guerra, un grido di pietà e indignazione, un attacco alla scienza e all’esercito, un’interrogazione sull’esistenza di Dio. Nel 1975 Milos Forman dirige il meraviglioso Qualcuno volò sul nido del cuculo, con Jack Nicholson tra tanti altri. Tratto da un romanzo di Ken Kesey utilizza la vicenda di un pregiudicato, trasferito in clinica psichiatrica, per svelare i retroscena del carattere repressivo e carcerario dell’istituzione. Premiato con 5 Oscar. Nel 1989 Il mio piede sinistro di Jim Sheridan, con Brenda Fricker. È la storia vera di Christy Brown, nono di tredici figli di una famiglia di operaia irlandese, paraplegico dalla nascita, che riuscì a esprimersi dipingendo con il piede sinistro fino a diventare un apprezzato pittore e scrittore. In tempi più recenti Forrest Gump (1994), di Robert Zemeckis, la suggestiva parabola di un uomo puro che sconvolse l’America. Infine A Beautiful mind (2001) di Ron Howard con Russel Crowe nei panni di John Forbes Nash,timido ed introverso matematico a cui fu diagnosticata schizofrenia paranoide.

Protagonisti della storia (del cinema e non) tanto comuni quanto grandiosi.