Autismo: crescere i figli senza vedere risolte le difficoltà

di Tiziano Gabrielli

Mi si chiede in qualità di padre “in controtendenza”, più che di medico-abilitatore che rifugge le istituzioni, perchè l’autismo resti “risposta che non diviene”. Le risposte “attuali”, pur qua e là significative se paragonate a quanto reperibile qualche anno addietro (credo comunque più per la non opinabilità imposta per legge che per merito), a ben vedere non esitano comunque in risultati significativi. Intendo dire i nostri figli crescono senza speranza di vedere risolte gran parte delle loro difficoltà.

Molti, troppi genitori tacciono, più o meno bastonati soggiacciono INFINE, gioco forza al ricatto: “questo siamo in grado di dare!”.

Mestamente si adeguano PUR DI AVER QUALCOSA, un minimo sollievo quotidiano, un po’ di tempo per riprendere energie, spesso per mantenere un reddito che permetta loro di gestire in prima persona il loro figlio in futuro. Inoltre come potrebbero non affidarsi a chi per legge è indicato obbligatoriamente a questo ruolo? La delega è dovuta. Dapprima medici e poi insegnati e infine operatori, a vario titolo confusi nel percorso. Vediamoli:

1) MEDICI specialisti, professori che fanno diagnosi, certificano così (a volte in colposo ritardo) di aver compreso il problema... Peccato che non sappiano dire con altrettanta chiarezza NOI NON SAPPIAMO COSA FARE. Noi non ne abbiamo abilitato uno, uno solo di questi bambini nella nostra vita professionale. Non uno lo abbiamo fatto stare definitivamente bene.

Finché questi eccelsi professionisti non ammetteranno esplicitamente la loro impotenza, (secondo me, più che ignoranza è... una “distanza intellettuale”), non si avvierà mai un serio “percorso pedagogico educativo-abilitativo”, di questi alunni.

In seconda battuta dovrebbero tutti saper dire, ABBIAMO però delle CONVINZIONI... su quanto funziona per abilitarli.

Niente. Niente di niente. non c’è che nebbia, inconsistente nebbia. Una qualsiasi promozione di un fronte comportamentale chiaro: “fate così”... non c’è. Il punto di partenza, questa definizione di ruoli sociali, questo campo base, riferimento da raggiungere e da cui eventualmente partire. Non c’è.

Come possono fungere da riferimento per la nebulosa di professionisti della pedagogia, della gestione di disabili?

Mi spiego.

La certificazione (che peraltro non intendo mettere in discussione) confina le persone con sd (spettro autistico e non solo loro), in una dimensione intermedia, profughi dalla medicina, divengono “soggetti senza patria”, espressione di un problema sanitario irrisolto e, fidatevi, ancora per molti anni irrisolvibile.

Eppure la delega obbligatoria e legiferata, chiama in causa la SCUOLA e, solo in parallelo o dopo, anche altro.

2) INSEGNANTI-OPERATORI. La clonazione delle nuove professionalità attorno a questo ruolo è tale da confondere qualsiasi straniero con cui abbia parlato del sistema italiano di professionisti che si occupano di disabilità, sia come studiosi che come operatori di un qualcosa...

È vero che in Italia le professioni tipicamente si accavallano.

Replicano quello che c’è, raramente si crea quello che manca. È solo il mercato che decide se vale di più un architetto o un geometra, un ingegnere o un perito edile... tutti realizzano costruzioni, spesso senza significative differenze. Per fare un altro esempio, nessuno ti dice se è meglio uno specialista parodontologo, un odontoiatra o un igienista, un medico che fa il dentista, un odontotecnico o un abusivo di un odontotecnico, ecc. ecc. I corsi di laurea e i titoli e le partite IVA si sprecano.

Funziona così anche nell’insegnamento... anche per quello specifico per disabili. Decine di figure professionali.

Essere certificati (per i disabili) significa diventare fruitori di un processo pedagogico - educativo speciale. Questa etichetta semplificherà opportunamente obiettivi e modalità di apprendimento, adattandole alle difficoltà esistenti.

La parità intellettiva, automaticamente, per questi alunni speciali, non diventa fondamentale, ma allontanata (anche) all’infinito. Il diritto alla salute e all’istruzione, sancito dalla costituzione, non ha valore per i nostri ragazzi.

Per i nostri, appunto, l’EVIDENZA TERAPEUTICA, figuriamoci quella PEDAGOGICA, il risultato, in qualsiasi forma lo si consideri, GUARIGIONE o APPRENDIMENTO, si diafanizza, si scompone, allontana, non ha nemmeno valore intrinseco, qualsiasi traguardo è “grasso che cola”... si pensa subito alla facilitazione, alla non indispensabilità, all’integrazione (non come esperienza di condivisione del mondo in reciprocità, tra normodotati e disabili, ma piuttosto come evento “una tantum”, meglio se opportunamente confinato e preordinato preavvisando il sociale normodotato, che si attivi perchè risulti temporaneamente “protetto” e tollerabile), e via di seguito.